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19.3 La scienza di Strampelli e il Fascismo

Produzione nazionale, fabbisogno e protezionismo

Quel primo provvedimento preso riguardo al prezzo del grano e alla reintroduzione della tariffa doganale sul frumento, aveva tutto il sapore di un messaggio rivolto agli agrari, e in genere a tutti i proprietari terrieri rassicurandoli sul conto economico della coltivazione frumentaria.
Fu cosi reintrodotta una tassa di importazione sul frumento in 7,50 lire/oro, esattamente quella del 1915, e gli effetti si fecero subito sentire tanto che il prezzo del grano che nel 1924 era stato di 124 lire al q.le, salì l’anno successivo a 181 lire, per raggiungere le 200 lire nel 1926.
Nel 1927 il prezzo scese di nuovo a 114 lire, per poi risalire a 149,50 nel giugno1928, precipitando però nei mesi successivi al raccolto dello stesso anno a 120,50 lire.

ANDAMENTO DEL PREZZO DEL FRUMENTO DAL 1900 AL 1940 (27)
ANNO
FRUMENTO PRODOTTO Q.LI
FRUMENTO TENERO
£. X QUINTALE
FRUMENTO DURO
£. X QUINTALE
1900 40.100.000 24,48 26,40
1901 49.400.000 25,03 25,46
1902 41.000.000 23,59 24,80
1903 55.300.000 23,12 23,53
1904 50.300.000 23,12 22,87
1905 48.100.000 25,16 24,88
1906 52.900.000 23,96 26,23
1907 53.200.000 23,46 26,88
1908 45.700.000 26,68 30,77
1909 51.813.000 29,85 30,18
1910 41.740.000 27,54 28,25
1911 52.362.000 26,81 28,59
1912 45.102.000 31 34
1913 58.452.000 29 32
1914 46.153.000 29 34
1915 46.414.000 40 45
1916 48.044.000 38 42
1917 38.102.000 43 50
1918 49.885.000 56 65
1919 46.204.000 69 79
1920 38.466.000 90 102
1921 52.482.000 115 133
1922 43.992.000 118 124
1923 61.191.000 102 113
1924 46.306.000 121 131
1925 65.548.000 181 192
1926 60.050.000 200 209
1927 53.291.000 140 161
1928 62.215.000 135 142
1929 70.795.000 130 140
1930 57.173.000 127 131
1931 66.520.000 101 126
1932 75.367.000 111 125
1933 81.003.000 93 106
1934 62.000.000 86 101
1935 76.317.000 105 120
1936 61.119.000 116 131
1937 80.636.000 127 138
1938 81.308.000 140 148
1939 79.710.000 145 152
1940 71.043.000 153 189

Il regime era fortemente intenzionato ad attuare una politica di deflazione della quale, i provvedimenti protezionistici sul frumento e suoi derivati, non furono che un primo momento, anche se il punto di svolta in questa direzione si ebbe nel 1926 con la cosiddetta "quota novanta", una operazione di politica finanziaria che Mussolini fece abilmente condurre da Giuseppe Volpi che dal luglio 1925 aveva sostituito De Stefani al ministero del tesoro.
Volpi, uomo proveniente e strettamente legato al mondo della finanza italiana, aveva il compito di compiere una manovra drastica che il duce sapeva essere invisa al mondo economico italiano, e confidava sul fatto che se a condurla fosse stato un tecnico di grande autorevolezza piuttosto che un uomo d’apparato, avrebbe evitato forti contraccolpi nel mondo finanziario del paese.
L’ operazione indirizzata a rivalutare e stabilizzare la lira, portò ad un cambio con il dollaro pari a 19 lire, e a 92,46 con la sterlina, moneta principale di riferimento del tempo (quota novanta appunto).
Il problema che ebbe Mussolini era comune a gran parte degli altri paesi europei che adottarono misure simili, anche se strutturate in modo meno aggressivo e propagandistico di quanto accadde in Italia, la cui politica deflazionistica portò ad una contrazione degli sconti e delle anticipazioni da parte della Banca d’Italia, e la cosa non poteva non riflettersi sull’attività delle banche costrette ad una continua rincorsa di liquidità.
Chi ne fece le maggiori spese furono le borse, i titoli di stato, per i quali si richiesero immediati rimborsi, tanto che il governo nel 1926, attraverso l’operazione del cosiddetto prestito littorio, fu costretto a trasformare il debito fluttuante in consolidato .
Anche le industrie esportatrici del settore agricolo furono duramente colpite, in modo particolare le imprese nate sui progetti di bonifica, le quali negli anni precedenti avevano fatto largo ricorso al credito bancario e ipotecario.
Per quanto riguarda il tema che stiamo affrontando, il dazio stabilito nel 1925 non era chiaramente più sufficiente e, l’anno successivo alla quota novanta, il governo fu costretto ad elevarlo a 11 lire/oro per q.le (pari a 40,26 lire carta)
Ma l’aumento del dazio non produsse un aumento del valore del grano nazionale, che nei mesi successivi rimase pressoché stazionario passando dalle 160 lire il q.le del 1927, alle 142 nel 1928, alle 140 nel 1929.
Contestualmente sul piano internazionale si ebbe una sovrapproduzione agricola, soprattutto negli Stati Uniti, massimo fornitore di grano dell’Italia , cosi come in Australia, Canada e Argentina, con un conseguente crollo dei prezzi, tanto che in base ai calcoli del Grifoni, l’indice del prezzo all’ingrosso del grano su base 100 (1925), scese a 72 nel 1929, e la stessa sorte toccò ad altri prodotti come i bozzoli che sceso a 54, l’olio a 65 e i limoni a 35.
Questo voleva dire che il grano americano, il Manitoba n.3 (Winnipeg), largamente importato in Italia, e principale antagonista dei grani Strampelli soprattutto rispetto alle sue qualità alimentari, era sceso da 158 lire nel 1928 a 100 lire nel 1929, con la conseguenza che il dazio di 40,26 lire stabilito nel 1928, non era più sufficiente ad arrestarne l’introduzione sul mercato italiano, considerando che il prezzo del grano nazionale era per lo stesso anno salito a circa 140 lire.
Il decreto legge del 24 maggio 1929 elevò la misura protezionistica a 14 lire/oro per quintale, cioè a dire 51,24 lire carta, e quindi di nuovo aumentato a 75 lire nel 1931 quando i prezzi del grano americano scesero ancora vorticosamente fino a toccare le 43 lire nel 1935.
Quello del dazio doganale sul grano non era un problema nuovo, e aveva caratterizzato il dibattito tra liberisti e protezionisti dall’unificazione nazionale fino alla prima guerra mondiale. (
Fino al 1887 il dazio di importazione fu di 1,40 (lire oro), che in quell’anno sali a 3 per aumentare ancora a 5 nel 1888, e a 7,50 nel 1894.
Nel 1898 scese prima a 5 lire, per essere abolito nel mese di maggio di quell’anno, e poi reintrodotto a 7,50 a luglio.
Restò più o meno immutato fino al 1914 quando scese a 3 lire, per essere abolito all’inizio del 1915, e reintrodotto a 7,70 lire nello stesso anno, e quindi di nuovo abolito fino al 1925.
Va anche detto che il decreto legge 1229 del 24 luglio 1925 non riguardò solo il frumento, ma anche altri prodotti e derivati in base alla seguente tabella.

PRODOTTO DAZIO LIRE/ORO PER Q.LE
FRUMENTO 7,50
SEGALE 4,50
GRANTURCO 1,15
FARIAN DI FRUMENTO 11,50
FARIAN DI SEGALA 6,50
FARINA DI AVENA 6,00
FARINA DI GANTURCO GIALLO 3,15
SEMOLINO 15,50
PASTE DI FRUMENTO 16,00
PANE E BISCOTTI DI AVENA 16,00
AVENA 4,00
CRUSCA 2,00

L’Italia non era mai riuscita a produrre grano sufficiente al proprio fabbisogno, e, nonostante i provvedimenti protezionistici ottocenteschi, quella dell’importazione rimase una voce costantemente negativa dell’economia nazionale.
Lo avevano messo già in luce Jacini, Valenti, Giglioli, denunciando il problema economico dell’arretratezza dell’agricoltura italiana nei confronti di altri paesi.
Per altro, il trend di importazione di frumento fu costantemente crescente passando dai poco più di 3 milioni di quintali nel quinquennio 1881-1885, agli oltre 8 milioni in quello successivo, per poi scendere a circa 6 milioni nel decennio 1891-1900, per quindi risalire agli oltre 10 milioni nel primo quinquennio del novecento, per arrivare ai 25 milioni nel quinquennio antecedente alla dichiarazione della battaglia del grano.
Va poi detto che sul rapporto produzione-fabbisogno interno, pesava fortemente il fatto che nell’alimentazione italiana, cosi come in quella francese, il frumento e i suoi derivati entravano in modo decisamente superiore a quello di molti altri paesi.
Se infatti il consumo medio procapite in Italia era nel XIX secolo intorno ai 100 Kg l’anno, per salire progressivamente nel novecento fino a toccare i 188 Kg nel 1924, in altri paesi era decisamente più basso, 155 Kg in Spagna, 124, Olanda, 123 in Romania, 93 in Germania, 59 in Portogallo, per non parlare di paesi come la Polonia, la Finlandia, l’Estonia che non raggiungevano neanche i 50 Kg.
L’aumento del fabbisogno individuale va ovviamente messo in correlazione con le migliorate condizioni economiche e sociali del ’900 rispetto a quelle del XIX secolo, ed in modo particolare col crescente diffondersi dell’uso del pane bianco anche in quelle regioni caratterizzate da una alimentazione maidica o dal cosiddetto pane scuro.
Non va poi sottaciuta, soprattutto negli anni del fascismo, una restrizione di consumo di altri prodotti più nobili da parte del terziario, e quindi un maggior utilizzo di frumento.
Problema questo che venne notato anche da qualche osservatore del tempo, ma che, opportunamente, veniva puntualmente minimizzato o glissato, come fece Morandi sull’ L’Italia agricola che dopo aver evidenziate le migliorate condizioni economiche della classe contadina grazie al fascismo, aggiungeva:
Forse s’è pure accresciuto il consumo di pane da parte delle classi impiegatizie e, in generale, a reddito fisso, a compenso della restrizione di altri consumi. Su che, però, ci manca qualunque dato.
Questo in ogni caso voleva dire che, in funzione dell’aumento della popolazione, cresceva in progressione il fabbisogno granario e, restando pressoché costante la produzione, si elevava inevitabilmente la quota di prodotto da acquisire nei mercati esteri.
Come si deduce dalla tavola seguente relativa al periodo 1900-1925, che abbiamo elaborato accorpando dati provenienti da varie fonti, soprattutto nelle annate negative di produzione, l’importazione raggiungeva cifre elevatissime, toccando i 25, 26 e anche 29 milioni di quintali, superando quindi il 50 % della produzione interna.

PRODUZIOEN DI FRUMENTO IN ITALIA
ANNO SUPERFICIE
GRANARIA PRODUZIONE
Q.LI IMPORTAZIONE Q.LI PRODUZIONE PER ETTARO
Q.LI POPOLAZIONE DEL REGNO DISP. X ABIT.KG.
1900-1901 4.954.234 40.100.000 9.881.000 8,1 32.475.253 136
1901-1902 4.820.000 49.400.000 9.267.000 10,2 32.643.299 162
1902-1903 4.750.000 41.000.000 12.523.000 8,6 32.845.790 145
1903-1904 4.850.000 55.300.000 7.780.000 11,4 32.996.427 173
1904-1905 5.396.997 50.300.000 8.587.000 9,3 33.282.710 157
1905-1906 5.315.304 48.100.000 12.196.000 9 33.441.484 161
1906-1907 5.229.860 52.900.000 11.482.000 10,3 33.640.705 173
1907-1908 5.107.600 53.200.000 4.928.000 10,2 33.911.468 152
1908-1909 4.756.000 45.700.000 11.135.000 8,9 34.269.856. 147
1909-1910 4.758.600 51.813.000 9.225.000 11 34.565.198. 160
1910-1911 4.738.000 41.740.000 14.933.000 8,8 34.860.540 146
1911-1912 4.751.600 52.362.000 11.323.000 11 35.160.000 165
1912-1913 4.737.400 45.102.000 18.775.884 9,5 35.239.000 164,9
1913-1914 4.777.100 58.452.000 11.129.362 12,3 35.597.800 179,4
1914-1915 4.769.300 46.153.000 14.948.544 9,7 36.120.100 152,5
1915-1916 5.059.500 46.414.000 20.248.506 9,2 36.669.700 166.4
1916-1917 4.726.300 48.044.000 17.874.585 10,2 36.758.200 165,3
1917-1918 4.272.100 38.102.000 13.681.044 8,9 36.563.100 127,2
1918-1919 4.365.700 49.885.000 18.917.844 11,4 35.993.900 176,8
1919-1920 4.286.600 46.204.000 20.782.120 10,8 36.147.400 170
1920-1921 4.570.500 38.466.000 26.213.870 8,4 36.584.000 161
1921-1922 4.766.700 52.482.000 26.535.095 11 38.738.000 189,7
1922-1923 4.649.500 43.992.000 29.767.447 9,5 39175.200 173,9
1923-1924 4.675.900 61.191.000 18.623.427 13,1 39.612.000 188,2
1924-1925 4.566.300 46.306.000 25.974.980 10,1 39.492.000 167

Cosa accadde dopo l’introduzione del provvedimento protezionistico sull’importazione del frumento? Assolutamente nulla.
L’Italia continuò ad importare ingenti quantità di frumento e, almeno fino al 1931 quando iniziò una rapida discesa concomitante da un lato con l’aumento a 75 lire del dazio doganale, e dall’altro con una reale maggiore produzione che solo in parte si spiega con un più razionale sfruttamento intensivo dei fondi grazie ad un maggiore impiego della meccanizzazione agricola, al massiccio utilizzo di fertilizzanti chimici ecc., mentre a nostro avviso, come vedremo meglio, ha agito in modo determinante l’impiego della varietà elette, di Nazareno Strampelli.
Come si può infatti vedere dalla tabella, l’importazione di frumento tra il 1925, anno d’inizio della battaglia del grano, e il 1931, si mantenne sostanzialmente costante. IMPORTAZIONE DI GRANO IN ITALIA DAL 1925 AL 1931
ANNO SUPERFICIE
GRANARIA PRODUZIONE
Q.LI IMPORTAZIONE Q.LI PRODUZIONE PER ETTARO
Q.LI POPOLAZIONE DEL REGNO DISP. X ABIT.
KG.
1925-1926 4.723.700 65.548.000 22.419.050 13,9 40.003.000 176,6
1926-1927 4.915.100 60.050.000 21.462.830 12,2 40.307.000 188,4
1927-1928 4.975.800 53.291.000 23.081.590 10,8 40.639.000 179,4
1928-1929 4.963.000 62.215.000 27.448.300 12,5 40.946.000 181,4
1929-1930 4.773.000 70.795.000 17.648.430 14,8 41.207.000 184,2
1930-1931 4.823.000 57.173.000 19.350.530 11,9 41.575.000 173,4Nel 1932 a fronte di una produzione di 66,5 milioni di q.li di frumento, l’importazione scese da 19 a 14 milioni di q.li, per scendere a 4,5 milioni nel 1934, a fronte di una produzione di 81 milioni di q.li , per arrivare a soli 858.000 q.li del 1942.

IMPORTAZIONE DI GRANO IN ITALIA DAL 1925 AL 1931
ANNO PRODUZIONE
Q.LI IMPORTAZIONE Q.LI POPOLAZIONE DEL REGNO DISP. X ABIT.KG.
1931-1932 66.520.000 14.849.180 41.832.000 164,9
1932-1933 75.367.000 10.561.710 42.095.000 162,3
1933-1934 81.003.000 4.605.060 42.360.000 170,9
1934-1935 62.000.000 4.690.000 42.629.000 156,2
1935-1936 76.317.000 5.497.000 42.901.000 151,2
1936-1937 61.119.000 5.350.000 43.196.000 162,3
1937-1938 80.636.000 16.584.000 43.492.000 165,7
1938-1939 81.308.000 2.905.000 43.851.000 175,5
1939-1940 79.710.000 6.481.000 44.334.000 180,4
1940-1941 71.043.000 6.906.000 44.794.000 163,8
1941-1942 - 858,000 45.061.000 143,0

Antecedentemente al primo conflitto mondiale l’Italia si riforniva prevalentemente dalla Russia che garantiva il 58% del fabbisogno, e dalla Romania, 17,93 mentre dagli Stati Uniti arrivava solo il 5,54% del prodotto.
Nel dopoguerra la situazione si invertì completamente, e gli 881.000 quintali di grano importati dalla Russia nel 1913 si ridussero ad appena 13.000 nel 1923, mentre i 153.000 q.li che l’Italia importava dagli Stati Uniti nel 1913, salirono ad oltre 1.700.000 nel1923.
Tale situazione provocava, per altro, notevoli danni all’industria alimentare che dal frumento duro russo basava gran parte della produzione delle paste alimentari, parte delle quali erano destinate all’esportazione, cosa che non poteva avvenire con il grano tenero americano inadeguato a tale produzione.
Come si vede dalla tavola seguente, l’Italia importava poi grano in modo significativo anche dall’Argentina, dal Canada e dall’Australia.

IMPORTAZIONE DI GRANO IN ITALIA 1922-1933
ANNO FRUMENTO IMPORTATO DALL’ESTERO Q.LI VALORE
LIRE ARGENTINA
% CANADA
% AUSTRALIA
5 INDIA BRITANNICA E CEYLON
% ROMANIA
% RUSSIA
% USA
% ALTRI PAESI
%
1922 29.767.447 3.057.059.358 5,11 7,82 20,37 - 0,45 - 65,86 0,39
1923 18.623.427 3.039.068.994 8,94 13,38 13,98 0,72 0,08 - 61,66 1,24
1924 25.974.980 2.484.450.547 14,84 19,37 6,70 0,56 0,38 1,52 54,06 2,55
1925 22.419.050 3.843.026.288 12,69 9,34 18,44 0,86 0,33 0,71 55,11 2,52
1926 21.462.830 3.535.682.968 14,08 14,85 6,16 0,02 5,21 4,26 44,04 11,36
1927 23.081.590 3.001.759.297 11,17 22,04 15,24 0,02 1,06 5,45 43,00 2,07
1928 27.448.300 2.995.207.597 26,06 30,95 9,44 - 0,80 0,03 32,00 0,63
1929 17.648.430 1.718.024.203 24,79 37,13 8,78 - 0,22 - 23,76 5,32
1930 19.350.530 1.567.311.551 8,63 32,92 10,32 - 6,31 15,55 17,83 8,41
1931 14.849.180 835.774.434 10,76 19,21 17,98 - 4,79 27,23 18,80 1,22
1932 10.561.710 504.687.869 26,09 12,09 22,55 - 1,59 16,82 18,76 1,47
1933 4.605.060 205.751.390 14,66 12,55 12,56 - - 12,80 44,49 2,99
Ma se di fatto si raggiunse l’autosufficienza granaria, come mai a questo non corrispose un saldo positivo maggiore dell’economia agricola del paese il cui tasso di crescita nel quindicennio 1925-1940 fu solo dello 0,5%, a fronte del 2,3% del ventennio precedente?
I costi per raggiungere l’autosufficienza granaria furono certamente alti, e chi si è cimentato a misurarli, sia pure su base teorica, ha rilevato una evidente prevalenza di questi rispetto ai reali benefici.
Per assurdo chi più degli altri beneficiò degli investimenti in agricoltura legati alla battaglia del grano, fu il mondo dell’industria, e non solo per un rinvestimento in questa direzione dei capitali accumulati, ma anche per la crescente domanda di macchine agricole e fertilizzanti, tanto che il settore chimico e quello meccanico, proprio in questo periodo, acquisirono la leadership del settore industriale del paese.
Un primo soggetto che ne fece le spese fu il patrimonio zootecnico che si ridusse significativamente, sia per la sostituzione dei buoi da lavoro marginalizzati dal processo di meccanizzazione agraria, sia perché al sud non poche furono le aree che vennero sottratte al pascolo a favore della cerealicoltura.
Il numero dei bovini tra il 1927 e il 1931 passò da 7.400.000 capi a 6.890.000, mentre quello degli ovini scese da 12.350.000 nel 1926 a 9.896.000 nel 1936, cosi come i caprini che in seguito ai provvedimenti indirizzati alla salvaguardia delle aree boschive, da 3.100.000 capi del 1926 scesero a 1.791.000 con notevole danno economico su molteplici derivati come la lana il cui prezzo da un indice 100 nel 1925, scese a 23 nel 1931.
A rendersi conto del pericolo che stava correndo il patrimonio zootecnico fu lo stesso governo che nel 1930 emanò un decreto legge con il quale Mussolini bandiva il primo concorso triennale zootecnico da svolgersi nel triennio successivo con un finanziamento di otto milioni di lire.
Tra il 1926 e il 1931 il patrimonio zootecnico subì un forte contrazione, e, per quanto concerne i prodotti zootecnici, il deficit della bilancia commerciale italiana passò da 508 milioni del 1926 a 645 nel 1927, a 1168 nel 1928, fino a raggiungere i 1617 nel 1929.
Ancora una volta il problema si presentava in termini macroscopici al sud, ed era stato amplificato proprio da una scarsità di colture foraggiere dovuta all’aumento indiscriminato e irrazionale della superficie granaria, e non è un caso che al primo concorso bandito dal regime, il maggior numero di aziende iscritte proveniva dal centro-nord e non dal sud, verso il quale era stato particolarmente diretto quel provvedimento.
Altro settore penalizzato fu quello delle colture pregiate per le quali però è necessario specificare che, contrariamente a quanto si è spesso sostenuto, non vale il discorso dell’erosione della superficie agraria a queste destinata a favore della cerealicoltura, tanto che il valore medio della superficie destinata agli ortaggi aumentò da 97.782 ha del periodo 1922-1925, a 112.283 ettari nell’intervallo 1926-1929, mentre la superficie viticola scese leggermente da 4.277.000 a 4.192.250.
Ciò che diminuì significativamente fu la produzione media dei prodotti pregiati che scese negli stessi intervalli di tempo da 214,8 q.li a 190,7 per i pomodori, da 87,8 a 54,2 q.li per i carciofi, da 304 a 174 per i cocomeri e da 18,2 a 17,2 per la vite, e questo è da mettere in correlazione non tanto con la flessione della domanda estera, conseguente alle scelte deflazionistiche del governo, quanto ad una totale assenza di una vera politica di sostegno, unicamente concentrata sul settore cerealicolo, e per una evidente riduzione di investimenti in termini di meccanizzazione e fertilizzanti, che anche in tal caso si andarono a concentrare verso il grano.
Vincere la battaglia del grano senza aumentare la superficie di coltivazione, era stata la consegna del duce e, pur con differenze tra nord e sud, questo sostanzialmente avvenne.
Come si vede dalla tavola seguente, la superficie complessiva granaria non registrò modificazioni sostanziali, passando 4.723.700 ettari del 1925, anno di proclamazione della battaglia del grano ai 4.800.000 ettari del 1935, aumento che in ogni caso non giustifica il surplus produttivo registrato che in base alle statistiche del Mitchell realizzate su base 100 nel 1911, nel 1936 fu il più significativo in Europa registrando l’Italia il dato di 142, a fronte del dato francese che scese addirittura a 82, 89 quello inglese, e appena 107 quello tedesco.
ANNO SUPERFICIE
GRANARIA HA.
1925-1926 4.723.700
1926-1927 4.915.100
1927-1928 4.975.800
1928-1929 4.963.000
1929-1930 4.773.000
1930-1931 4.823.000
1931-1932 4.809.000
1932-1933 4.931.100
1933-1934 5.085.900
1934-1935 4.800.000

L’andamento non fu ovviamente unilaterale, e si presentò con significative differenze tra il nord dove la superficie granaria rimase sostanzialmente immutata, e il sud e le isole dove questa aumentò soprattutto a spese dei pascoli con i danni al patrimonio zootecnico di cui abbiamo parlato
Infatti, come si deduce dalle tavole seguenti, ai 397.500 ettari di nuova superficie granaria corrispose una diminuzione di superficie a pascolo di 389.700.
Nel computo dell’aumento di superficie coltivata a grano, va comunque considerato che nel 1930 risultavano bonificati 304.291 ettari degli oltre 2,3 milioni soggetti a bonifica idraulica, e parte di questi furono messi a coltura, cosi come vanno considerate le superfici granarie delle nuove province della Venezia Giulia e Tridentina, non contemplate nei precedenti conteggi.

SUPERFICIE AGRARIA DESTINATA A FRUMENTO CONFRONTO NEGLI INTERVALLI DI TEMPO 1923-1928; 1936-1939; 1948-1951
1 2 3 DIFF. 1-2
1923-1928 1936-1939 1948-1951
NORD 1.352.400 1.440.600 1.392.500 87.200
CENTRO 1.082.100 1.101.400 1.109.700 19.300
SUD 1.389.900 1.505.600 1.338.200 115.700
ISOLE 865.700 1.040.000 870.200 173.300
ITALIA 4.690.100 5.087.600 4.710.600 397.500

SUPERFICIE AGRARIA DESTINATA A PASCOLO- CONFRONTO NEGLI INTERVALLI DI
TEMPO 1923-1928 ; 1936-1939; 1948-1951
1 2 3 DIFF. 1-2
1923-1928 1936-1939 1948-1951
NORD 1.184.900 1.018.200 1.082.300 166.700
CENTRO 582.600 540.800 501.700 41.800
SUD 1.160.600 1.077.500 1.008.000 83.100
ISOLE 1.440.800 1.342,700 1.318.300 98.100
ITALIA 4.368.900 3.979.200 3.910.300 389.700

Quindi, chi rispose meno degli altri alle direttive di Mussolini fu il sud e le isole, che aumentarono in modo significativo la superficie granaria complessivamente di 289.000 ettari su un totale di aumento nazionale di 397.000 ettari.
Come si può notare, scomponendo il dato del sud, si nota come dei 289.000, ettari ben 111.900 sono collocati in Sicilia, 62.400 in Sardegna, 59.100 in Puglia, mentre l’aumento nelle altre regioni meridionali fu meno evidente, fino a toccare gli appena 800 ettari dell’Abruzzo e Molise.

SUPERFICIE AGRARIA DESTINATA A FRUMENTO CONFRONTO NEGLI INTERVALLI DI TEMPO 1923-1928; 1936-1939; 1948-1951
1 2 3 DIFF. 2-1
1923-1928 1936-1939 1948-1951
Abruzzi-Molise 352.100 352.900 334.100 800
Campania 256.000 272.800 268.200 16.800
Puglia 386.900 446.000 367.000 59.100
Basilicata 192.700 209.800 192.600 17.100
Calabria 202.200 224.100 176.300 21.900
Sicilia 677.600 789.500 674.300 111.900
Sardegna 188.100 250.500 195.500 62.400
Nelle aree latifondiste della Sicilia, Sardegna e Puglia, la battaglia del grano si concretizzò quindi con un prevalente aumento della coltura estensiva, e non con l’impegno per una maggiore razionalizzazione colturale come era nello spirito dell’operazione che puntava ad aumentare la produzione migliorando la produttività e non la superficie di produzione, e a guadagnarci fu ancora una volta quel mondo agrario parassitario che Serpieri, e non Mussolini, voleva combattere.
E forse questo è un altro tassello che spiega la confinazione di Serpieri ad un ruolo marginale all’interno della battaglia del grano, senza dubbio una delle operazioni più significative del fascismo italiano.
Serpieri individuava nella lotta contro il latifondo un percorso obbligato per la rinascita dell’agricoltura nazionale, mentre la battaglia del grano, consentendo a questo enormi guadagni senza investimenti, fini con il rafforzarlo
C’era bisogno di estendere al sud la policolturalità soprattutto in relazione ai prodotti pregiati, gli unici che avrebbero consentito all’Italia una forte competitività sul mercato internazionale, ed invece altro non si fece che perpetuare una politica agraria di tipo estensivo, fortemente arretrata, in grado solo di aumentare il potere economico e politico degli agrari che vennero talmente rafforzati da tale operazione fino al punto da uscire dalla federazione delle bonifiche, per costituire un loro proprio organismo che riuscì a far approvare un articolo che abrogava la norma della legge Serpieri che prevedeva l’espropriazione per quei fondi in cui la proprietà sarebbe stata inadempiente rispetto alle opere di bonifica.
Una situazione che ristagnò a lungo, affrontata solo nel dopoguerra, e sulla quale tornò Serpieri nel 1947 in occasione del Congresso nazionale per i provvedimenti di emergenza per l’ incremento della coltivazione del frumento.
La coerenza del mosaico produttivo cerealicolo, secondo Serpieri, si sarebbe dovuta raggiungere restringendo la superficie cerealicola complessiva, all’interno della quale il grano doveva essere coltivato per non più di 4,5 milioni di ettari.
In tal modo, secondo le stime di Serpieri, si sarebbe soddisfatto il fabbisogno nazionale senza per altro escludere l’introduzione dall’estero di un parte residuale di prodotto e "…ove questa fosse giudicata ancora eccessiva, converrebbe, penso, puntare verso produzioni unitarie ancora più alte, piuttosto che verso estensioni di superficie."
Un’ altra testimonianza del diverso andamento tra nord e sud ci viene proprio dall’argomento che stiamo trattando, e cioè dall’utilizzo dei grani Strampelli,e più in generale delle razze elette rispetto alle sementi tradizionali.
Il sud non solo non sfruttò al meglio l’ampia superficie che aveva già a disposizione, non solo non realizzò opere di trasformazione fondiaria, ma ridusse al minimo anche l’investimento per l’introduzione di nuove varietà maggiormente produttive come erano le razze elette, tanto che queste, se ad esempio già nel 1932 rappresentavano il 64,1% al nord, erano impiegate solo per il 22,3 % al sud, e appena per il 7,2 % nelle isole, e quando nel 1934 queste erano salite al 93,3% al nord, raggiunsero il 44% al sud e il 23,5 nelle isole.
La conseguenza fu che le alte possibilità produttive del sud consentirono un notevolissimo aumento di produzione quantitativa che, come abbiamo visto, rappresentò un notevole guadagno per i latifondisti, ma la produzione media per ettaro che passò da 8,9 q.li del 1922-23 a 11,2 nel 1933-35, non è di certo confrontabile con i risultati del nord d’Italia dove nello stesso intervallo di tempo si passò da 15,8 a 21,7 q.li per ettaro. AUMENTO DEL RENDIMENTO MEDIO PER ETTARO NEL PERIODO DELLA
BATTAGLIA DEL GRANO – q, x h.
1922-23 1924-1926 1927-1929 1930-1932 1933-1935 1936-1938
Nord 15,8 17,4 17,7 19,4 21,7 20,9
Centro 10,9 10,8 11,1 12,5 14,3 12,9
Meridione 8,9 9,4 10,3 10,4 11,2 11,4
Isole 8,2 9,8 10,3 10,2 9,5 11,8
Italia 11,2 12,1 12,7 13,6 14,6 14,6

Testi tratti dal libro
La scienza del grano. Nazareno Strampelli e la granicoltura italiana tra le due guerre
di Roberto Lorenzetti
Roma, Mibac-Dga, Studi e ricerche, 2000.