Home > Storia > La battaglia del grano

19.2 La scienza di Strampelli e il Fascicmo

La battaglia del grano

E che in parte fu così non c’è dubbio. Il ruralismo fascista troverà nella battaglia del grano la sua apoteosi, cosi come è vero che risultati concreti si raggiunsero, ed è altrettanto vero e significativo che quando Mussolini lanciò la battaglia del grano lo fece tenendo presenti molte delle consapevolezze che aveva manifestato Serpieri.
Certo fu una battaglia tutta indirizzata verso fini produzionistici che, contrariamente a quanto aveva detto Serpieri, non si pose il problema di un miglior assetto fondiario, soprattutto del meridione, cosa che avrebbe consentito, magari con tempi più lunghi, di tradurre i risultati raggiunti in sviluppo concreto.
Che comunque Mussolini abbia tenuto conto delle osservazioni di Serpieri lo si intuisce fin dall’inizio.
Non di certo durante la seduta notturna della Camera dei deputati del 20 giugno 1925 nel corso della quale proclamò la battaglia del grano, con la retorica che gli era consueta (13), quanto qualche giorno dopo, nel corso della seduta in cui si insediò il Comitato permanente del grano costituito con regio decreto quello stesso 4 luglio.
Del comitato, presieduto direttamente da Mussolini, facevano parte Giorgio Belluzzo, ministro per l’economia nazionale, Alessandro Brizi, direttore generale dei servizi dell’agricoltura, Gino Cacciari, Enrico Fileni, Antonio Marozzi, in rappresentanza della Confederazione nazionale fascista degli agricoltori, Franco Angelini, Novello Novelli, Luigi Razza, rappresentanti della Federazione nazionale sindacati fascisti dell’agricoltura, e quindi Antonio Bartoli, Emanuele de Cillis e Nazareno Strampelli.
In quella seduta d’insediamento Mussolini lascio delle precise consegne al superorganismo:
1-Non è strettamente necessario aumentare la superficie coltivata a grano in Italia. Non bisogna togliere terreno ad altre colture che possono essere più redditizie e che comunque sono necessarie al complesso dell’economia nazionale. E’ da evitare, quindi, ogni aumento della superficie coltivata a grano. A parere unanime la cifra di ettari raggiunta con le semine del 1924 può bastare.
2- E’ necessario invece aumentare il rendimento medio di grano per ettaro. Un aumento medio anche modesto, dà risultati globali notevolissimi.
Posti questi capisaldi i lavori del Comitato permanente del grano devono affrontare:
1°- Il problema selettivo dei semi
2°- Il problema dei concimi e, in genere, dei perfezionamenti tecnici
3°- Il problema dei prezzi
E’ evidente come almeno in parte i concetti espressi da Arrigo Serpieri si ritrovano, pur filtrati e ridimensionati, nelle consegne del duce, tranne che quelli dell’adeguamento fondiario del sud che costituirà uno dei limiti principali della battaglia del grano.
Certo, il linguaggio di Serpieri era chiaro, e da esso non traspare di certo entusiasmo nell’avventura mussoliniana, cosa che con molta probabilità sta alla base della sua esclusione dal Comitato, per essere relegato a presiedere la Commissione provinciale per la propaganda granaria di Firenze.
E che a Firenze Serpieri potesse trovare validi interlocutori alle sue teorie era cosa che gli era nota, e pressoché contestualmente alla riunione di insediamento del Comitato permanente del grano, egli partecipò ad una adunanza dell’autorevole Accademia dei georgofili, appositamente riunita per affrontare il problema della granicoltura in relazione ai provvedimenti che stava assumendo il governo.
E Serpieri qui non fa altro che ribadire, anche con maggior forza, i concetti che aveva espresso nell’articolo sull’Italia agricola, rispetto al quale sembrava aver inizialmente preso le distanze, sostenendo di averlo scritto precedentemente alla proclamazione della battaglia del grano.
Nel resoconto del suo intervento si legge:
L’on. Prof. Serpieri ringrazia del saluto rivoltogli e si augura che dall’applicazione della legge sulle trasformazioni fondiarie si abbia l’effetto sperato del miglioramento di molte regioni dell’Italia meridionale e più specialmente del latifondo.
La nuova legge tende a trasformare queste terre che sono coltivate a pascolo e a granicoltura estensiva, e si trovano quasi allo stato selvaggio. La trasformazione incontra ostacoli nella natura ma anche negli uomini. I latifondisti che non risiedono nelle loro terre non possono interessarsi del loro miglioramento e le disposizioni circa l’espropriazione delle terre latifondistiche è naturale che trovino in loro forti resistenze.
[…] Il problema del grano è soprattutto un problema di intensificazione della cultura e in questo senso deve svolgersi l’opera dei dirigenti della battaglia ora iniziata. 17
Poi, facendo riferimento ai colloqui che aveva avuto con il prof. Avanzi, sostenne che nell’ Italia meridionale la coltura intensiva del grano potrebbe essere convenientemente introdotta solo in quelle aree dove le infrastrutture e la presenza di centri abitati vicini la consentono, trasformando le altre, dove la cerealicoltura è scarsamente remunerativa, in colture delle foraggiere ed altre più appropriate.
E aggiungeva:
Ciò permetterebbe forse di ottenere la stessa produzione di grano su minore superficie, attuando la coltivazione di foraggiere ed altre piante in quelle terre che ora sono coltivate a grano, con scarso e aleatorio rendimento.
Non bisogna dimenticare che oltre al grano, importiamo anche per circa un milione di quintali di carne congelata, e lana ed altri prodotti animali.
Se Mussolini fece sue le tesi del mantenimento della superficie granaria, e quelle del “sapere” agricolo nel senso dell’impiego di nuovi frumenti, e dello sviluppo dell’istruzione agricola nelle campagne, glissò completamente l’aspetto della sistemazione fondiaria del sud d’Italia, e soprattutto quello dell’esproprio dei latifondi per il quale sarebbe stato sufficiente applicare quella stessa legge sulle trasformazioni fondiarie che Serpieri stesso aveva elaborato nel 1923, annullando di fatto, e traslando all’interno della politica agraria del regime, tutta la progettualità socialista e popolare sui temi del latifondo.
Per altro Serpieri pose come problema storico dell’arretratezza del sud d’Italia, quello dell’ assenteismo dei latifondisti meridionali, esprimendo un concetto che sarebbe stato ripreso più tardi da Emilio Sereni, che insieme a Manlio Rossi Doria fu suo allievo e collaboratore.
Riguardo alla composizione del Comitato permanente del grano, è altrettanto chiaro un altro aspetto a cui abbiamo già fatto cenno, e cioè l’investimento di Mussolini nei riguardi delle razze elette di Nazareno Strampelli, e non solo perché Strampelli venne chiamato a far parte del Comitato mentre il suo antagonista Francesco Todaro venne incaricato di presiedere il comitato provinciale di Bologna, cosa che, ovviamente, aveva un preciso significato di scelta di campo da parte del duce, ma soprattutto perché la problematica delle sementi elette venne posta al primo punto dei problemi che il Comitato avrebbe dovuto affrontare.
I grani che Strampelli aveva creato a Campomoro erano quindi la variabile esterna che pur con timidezza aveva indicato Serpieri nel suo articolo sull’Italia agricola, individuandoli come fattore decisivo per sperare in un aumento di produzione frumentaria che non implicasse l’estensione della superficie di coltivazione.
Lo testimoniano numerosi artefici e osservatori del tempo come Festa Campanile e Fittipaldi, autori della prima sintesi della battaglia del grano scritta nel 1931.
Essi sottolinearono come il duce pose prima di ogni altro problema quello delle sementi elette e aggiungevano:
Chi risalga indietro nella storia della granicoltura in Italia, troverà che giammai molta importanza fu accordata dagli agricoltori a tale problema.
In effetti ogni qualvolta si era tentato di sviluppare la produzione granaria, l’unica attenzione che veniva rivolta al seme si risolveva nelle indicazioni di un suo cambiamento, ubbidendo alla logica che un grano originario di una zona, dava generalmente maggiori produzioni in un’altra.
Poi i due autori ripercorsero tutta la vicenda scientifica di Strampelli fin dalla nascita della Cattedra ambulante di Rieti nel 1903, sottolineando l’importanza del suo lavoro, e affidando alle nuove razze una “importanza capitale”, considerandole “il fattore primo” del successo della coltura granaria.
Va detto che fin dall’inizio della battaglia del grano Mussolini si rivolse direttamente a tutte le cattedre ambulanti della penisola chiedendo loro se, e in quale misura, sarebbe stato possibile aumentare la produzione granaria nel loro territorio.
Una azione più rivolta a coinvolgere e mobilitare territorialmente quelle che egli definiva “le truppe della battaglia”, piuttosto che per avere un riscontro reale.
L’undici ottobre 1925 al teatro Costanzi nel corso di una premiazione di agricoltori cosi si esprimeva:
La battaglia è semplice perché l’obiettivo è preciso. […] Ho letto con molto interesse tutte le risposte date dai direttori delle Cattedre ambulanti di agricoltura i quali rispondevano alla mia precisa domanda:<< E’ possibile nella vostra giurisdizione aumentare il rendimento agricolo?>>. La risposta è stata unanime; dal monte al piano, dalle regioni impervie alle zone fertili: dovunque è possibile aumentare il rendimento medio per ettaro del grano. Allora, se questo è possibile, questo deve essere fatto!
In realtà le risposte date dai direttori delle Cattedre furono fin troppo scontate e, tranne qualcuna che appare piuttosto redatta per compiacere al duce, rassicurandolo su un quantomai improbabile raddoppio di produzione, le altre furono tutte accompagnate da una lunga serie di “se” e di condizioni.
In effetti nessun direttore di cattedra disse che non si sarebbe potuta aumentare la produzione nel suo territorio, ma chi avrebbe osato farlo ricevendo quella richiesta dal duce che conteneva di fatto già la risposta.
Ovunque si sarebbe potuta aumentare la produzione, ma solo a determinate condizioni.
Cosi il direttore della Cattedra di Cremona rispondeva:
“Cremona può produrre una maggiore quantità di frumento ? Noi rispondiamo: si”, per poi aggiungere “ Tutto sta nei mezzi da mettersi in opera”.
Sattin, direttore della cattedra di Venezia, rispose che di certo la produzione sarebbe aumentata ma solo se “…siano eseguite da tutti gli agricoltori della provincia le più moderne e razionali norme di coltivazione” , e nello stesso modo rispose Zerbini da Bologna che assicurava una sovrapproduzione di 200 mila q.li “…con l’applicazione delle norme colturali dappertutto”, cosi come Beltrami di Genova che rassicurava il duce sul possibile aumento se però “..le norme razionali fossero applicate”, mentre quello di Mestre, Scalvetti, pose il problema del credito agrario.
Caldaia da Casteldepiano senza mezzi termini comunicò al duce che si sarebbe anche potuto lavorare per un aumento di produzione “..tenendo presente il concetto del tornaconto”, mentre Rozzini da Ascoli Piceno pose il problema dell’impiego delle sementi elette e delle macchine seminatrici, e Veronesi da Civitavecchia quello dei “..latifondisti che affittano i terreni col divieto della semina”
Chimetti da Velletri sosteneva che l’unico modo di aumentare la produzione era quello di “..obbligare i proprietari e gli enti morali a coltivare grano nei loro terreni oggi a pascolo”, e gli fece eco Filesi da Matera che propose di estendere la coltura del grano del 15% del territorio utilizzato in altro modo.
Molto preciso fu Beninato da Nicosia anche lui convinto che potesse aumentarsi la produzione, ma se si attuassero programmi di credito agrario, costruzioni stradali, impiego di concimi chimici e sementi selezionate, e altrettanto preciso fu Alagna da Alcamo che subordinava le possibilità di aumento produttivo ai “…miglioramenti e trasformazioni fondiarie ed ambientali", e il suo collega di Mazara, Sammartano, rinviava gli aumenti produttivi “…al giorno in cui la campagna verrà arricchita di strade rotabili, di pubblica sicurezza e di bonifiche”, e Scavone di Terranova suggerì di trasformare la piana di Terranova in pianura irrigua costruendo un serbatoio montano utilizzando le acque del fiume Gela.
In altri termini più che la rassicurazione sul sicuro esito della battaglia del grano, dalle risposte delle Cattedre ambulanti italiane Mussolini ricevette in realtà solo un quadro dei problemi dell’agricoltura italiana, e soprattutto delle profonde diversità tra nord e sud.
Un nord pronto ad aumentare la produzione già intensiva attraverso l’intervento pubblico in termini di migliori fertilizzanti e razionalizzazione delle colture, e un sud arcaico ancora legato ai problemi del latifondo, dove, come sosteneva Serpieri, qualsiasi ipotesi di miglioramento non poteva prescindere da radicali interventi di trasformazione fondiaria.
Insomma, le risposte dei direttori delle Cattedre ambulanti di agricoltura sembrano tratte dai questionari dell’inchiesta Jacini e, più che un grido di guerra, in esse ci si scorge piuttosto una richiesta di aiuto.
Il mosaico dei problemi presentati dai direttori delle cattedre era fin troppo noto ai membri della Commissione permanente del grano che avviò subito i suoi lavori, e alla fine di quello stesso mese di luglio, presentò un primo gruppo di provvedimenti che furono subito trasformati in decreti legge.
Con il decreto 1229 del 26 luglio 1925 vennero ripristinati i dazi doganali della tariffa generale sul frumento, sui cereali minori, e sui prodotti derivati, mentre con un altro decreto (1258 sempre del 26 luglio), si approvò l’esenzione dal dazio doganale e dalla tassa di vendita per il petrolio destinato ai motori agricoli.
Al fine di incrementare la propaganda e la sperimentazione agraria furono poi elevati i finanziamenti per la cattedre ambulanti, aumentandone il numero soprattutto al sud, e affidando loro il compito di istituire nell’arco di un decennio campi dimostrativi di almeno un ettaro in ogni comune.
Ulteriori finanziamenti venero poi concessi alle regie stazioni agrarie, e ai vari istituti agrari, mentre in ogni provincia venne istituita una commissione per la propaganda granaria.
Tra questo primo pacchetto di provvedimenti figura anche il decreto legge 1314 del 29 luglio, indirizzato alla produzione e diffusione delle sementi elette che, come abbiamo visto, costituivano uno dei fattori centrali su cui poggiò tutta l’impalcatura della battaglia del grano.
In seguito a tale provvedimento nacque a Rieti l’Associazione riproduttori sementi che, come abbiamo già visto, esisteva già come Associazione reatina sementi, ed altri sei stabilimenti simili in Sicilia, Sardegna, Calabria, Puglia, Basilicata e Toscana che beneficiarono di un contributo fino al 50% per le strutture d’impianto.
Vennero poi assunti alcuni provvedimenti per il credito agrario , per incoraggiare i dissodamenti e l’elettrocoltura soprattutto per le aree a coltura estensiva del sud, e per quelle di brughiera da poco bonificate , mentre un altro decreto introdusse i concorsi a premi tra gli agricoltori per la produzione frumentaria
Il 30 luglio, giorno successivo dell’emanazione dell’ultimo decreto del primo pacchetto elaborato dal Comitato permanente, Mussolini parlando alle rappresentanze sindacali agricole a palazzo Chigi, lanciò ufficialmente la battaglia del grano declamando: “L’agricoltura italiana ha forse bisogno di un ministro. Quel ministro sono io. Ha bisogno di mezzi: li avrà”

Testi tratti dal libro
La scienza del grano. Nazareno Strampelli e la granicoltura italiana tra le due guerre
di Roberto Lorenzetti
Roma, Mibac-Dga, Studi e ricerche, 2000.