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17.3

La polemica scientifica tra Strampelli e Totaro

Nazareno Strampelli, cosi come è inevitabile per ogni innovatore della scienza, incontrò nel suo cammino molte difficoltà nell’affermare le sue idee, e non pochi furono i suoi oppositori.
Egli tuttavia non si lasciò mai coinvolgere in polemiche letterarie, e preferiva non rispondere alle accuse che gli venivano mosse, ritenendo di doverle smentire con i risultati delle sue sperimentazioni.
Merita comunque di esseri ricordata la polemica che egli ebbe con l’altro grande nome della granicoltura italiana del tempo, Francesco Todaro soprattutto perché in essa c’è lo scontro tra due scuole, tra due diversi modi di intendere la granicoltura.
Francesco Todaro impersonava la tradizione scientifica italiana con tutto un bagaglio di certezze largamente accreditato, Nazareno Strampelli la messa in discussione di quanto fino ad allora era stato fatto, e la proposta di un nuovo e rivoluzionario approccio scientifico.
Nel 1918 Strampelli pubblicò nel "Bollettino degli agricoltori italiani" un articolo dal titolo "Breve riassunto dei lavori della R. Stazione di granicoltura sperimentale a Rieti", nel quale si soffermò sul metodo dell’ibridazione da lui adottato, esaltandone le potenzialità rispetto a quello della selezione.
La data di questo articolo è importante. Siamo nel 1918, quindi a poca distanza di tempo dalla pubblicazione e dai successi del Carlotta Strampelli. Quel grano avrebbe reso famoso Strampelli, ma egli, in quel preciso momento, nascondeva un importante segreto.
Dalle sue ricerche nell’istituto di Rieti non era nato solo il Carlotta, ma decine di altri grani di straordinaria importanza, individuati tra quei 1089 tipi scelti e fissati tra decine di migliaia di varianti osservate.
Tali frumenti rimasero segreti e quindi nel momento in cui Strampelli scrisse quell’articolo c’era in lui tutta la consapevolezza che l’applicazione delle ricerche effettuate a Campomoro avrebbero rivoluzionato la granicoltura mondiale.
Parlando del suo metodo di lavoro egli si lasciò andare ad un entusiasmo che, ai suoi interlocutori che conoscevano solo il Carlotta, suonava perfino come presunzione.
Nell’articolo Strampelli, senza mezzi termini, pose una demarcazione netta tra il suo approccio e quello del Todaro:

Fra il semplice ricercatore o selezionatore genealogico e colui che esegue ibridazioni e ne segue i tipi che ne conseguono, scegliendone e fissandone quelli che corrispondono ai suoi fini, corre la differenza che passa tra colui che esegue scavi per rintracciare opere e l’artista che tali opere d’arte crea

E più oltre:

Se si vuole abbellire una piazza, una corte, un giardino con una statua chi più facilmente riuscirà, colui che la statua va a ricercare con sapienti scavi... o lo scultore, che provvedutosi del necessario blocco di marmo incomincia con colpi lenti, costanti del suo assiduo scalpello a modellarvi la statua rispondente al soggetto richiesto e nelle dimensione e ragioni prospettiche dell’ambiente?

Poi Strampelli tornò a ribadire un concetto che gli era caro, e che costituisce il punto di messa in discussione delle concezioni darwinistiche da parte dell’approccio mendeliano.

Attraverso l’evoluzione della specie non si genera alcun tipo nuovo, ed anche quando questo avviene, la causa generatrice non è l’evoluzione, ma l’ ibridacione casuale con altre specie.
Quindi - prosegue Strampelli - "…non nego che con la sola selezione pedigree si possa avere la fortuna di incappare in ottime varietà; ma ciò è specialmente possibile quando le ricerche si eseguono su materiale impuro, o meglio dove sono state possibili ibridazioni spontanee"

A Francesco Todaro, il massimo esponente della scuola basata sulla selezione genealogica, essere descritto come "semplice ricercatore che per fortuna incappa" a differenza dell’ ibridatore che è "l’artista che crea", non piacque affatto, e rispose con un articolo "Ibridatori e selezionatori" su "L’Italia Agricola" difendendo la sua scuola basata sulla selezione genealogica.
In primo luogo Todaro mise in evidenza come Strampelli con quell’articolo aveva provocato una netta contrapposizione tra i due approcci scientifici:

…il prof.Strampelli ha voluto separare con un taglio ben netto, il campo di attività dell’ibridatore (l’artista che crea) da quello del selezionatore (il semplice ricercatore che per fortuna incappa)...

Todaro aveva ragione, Strampelli con quell’articolo aveva stabilito un solco incolmabile, non tra due modi diversi di procedere, ma tra i due diversi modi di pensare.
Il suo lavoro non era uno dei tanti possibili. Era un approccio "altro", fondato fu concetti e percorsi di pensiero assolutamente innovativi.
Non quindi uno dei tanti metodi che di tanto in tanto venivano indicati come possibili dai ricercatori, ma un approccio completamente diverso che non poteva non contrapporsi al primo.
E il fatto era tutt’altro che indolore, perché non solo si trattava di ridefinire il quadro scientifico sulla materia, con la consacrazione dell’esistenza di due diverse scuole di pensiero, ma anche di proporsi nei confronti delle scelte governative in termini di finanziamenti, di impianti , insomma di credibilità.
Francesco Todaro questo lo aveva compreso perfettamente, e il suo primo tentativo fu quello di tentare di ricomporre il lavoro di Strampelli all’ interno di un quadro più generale del quale egli da molto tempo era considerato il leader indiscusso.
La realtà dei fatti, secondo Todaro, "…non sopporta alcuna imposizione di teorie e vedute per quanto autorevoli", e considerava questa una questione assolutamente fondamentale , quasi ad esorcizzare l’ipotesi di un percorso di pensiero alternativo al suo.

…non esito ad affermare che in confronto del semplice e povero selezionatore, colui che esegue ibridazioni altro non fa - di diverso e di più - che la impollinazione artificiale, con processi a tutti ben noti: delicati ma non estremamente difficili.
Selezionare vuol dire scegliere. E l’ibridatore - al pari del selezionatore - non fa che scegliere: scegliere dapprima fra le razze esistenti, quelle che egli ritiene di poter utilmente ravvicinare o fondere per la costruzione dell’ibrido stesso, e non si arresta che quando è convinto di aver trovato il tipo o i tipi rispondenti ai suoi fini.

Secondo Todaro, nulla di diverso da quello che fa il selezionatore che "…prepara il materiale della prima scelta, e procura di utilizzare nel miglior modo quello da lungo tempo preparato e messo al mondo dal buon vecchio Dio."
Poi si chiedeva:

E’ tanto vasta e grave la suaccennata lacuna […] da giustificare la sentenziosa contrapposizione del prof. Strampelli? Il quale mentre vede sapere e arte e magari poteri creativi nell’ibridatore - che pur manca di ogni mezzo di controllo e di ogni sicura previsione sulla discendenza dell’ibrido - crede di poter abbassare il selezionatore al modesto livello di scavi …archeologici.

Todaro ribadiva la superiorità della selezione genealogica la quale secondo lui, restava l’unico metodo "sussidiata o meno dall’incrocio artificiale", per poter garantire la soluzione ai problemi agrari italiani.
Todaro aveva ben intuito che quel lavoro che Strampelli stava svolgendo a Rieti avrebbe finito per minare, o quantomeno ridurre la sua autorevolezza.
Non lo preoccupavano molto i confronti tra i suoi grani e quelli di Strampelli che si andavano diffondendo in Italia (64), quanto l’esistenza di un percorso diverso dal suo, le cui potenzialità che allora appena si intravedevano, rischiavano di marginalizzare il suo approccio metodologico.
Strampelli non proseguì nella polemica, e gli anni successivi furono quelli dell’uscita degli altri suoi frumenti che andarono progressivamente a sostituire quelli tradizionali, e a prevalere pressoché ovunque, sulle razze presentate da Francesco Todaro.
Strampelli aveva grande stima di Francesco Todaro, e quella polemica fu solo un atto dovuto per imporre il suo pensiero, e al suo antagonista bolognese egli riservò sempre grande rispetto.
Lo dimostra una lettera che egli inviò a Gino Morassutti, altro agronomo del tempo, tra i molti che volevano mettere a confronto i suoi grani con quelli selezionati a Bologna.

...il prof Mariani mi fece noto che il prof. Todaro è dispiaciuto con me perché tu gli avresti detto che io ti ho proibito (anche con un guai!!!....) di coltivare i frumenti selezionati del Prof. Todaro stesso in confronto coi miei. Io ho subito smentito la cosa perché non solo con te ma con nessuno ho fatto cenno ad una simile esclusione. […] So che entrambi lavoriamo pell’interesse della granicoltura del nostro Paese e non per la nostra personale ambizione. Io poi anche attaccato ingiustamente non rispondo mai, essendo convinto che le polemiche non giovano a chi le fa e tantomeno servono a far progredire la nostra agricoltura

La polemica la riprese invece Todaro nel 1925 in piena battaglia del grano, ma questa volta non era tanto indirizzata verso la metodologia scientifica di Nazareno Strampelli, quanto con la "moda" dei suoi grani, e con chi, soprattutto la stampa specializzata , la seguivano.
Edito dall’ Istituto di cerealicoltura di Bologna che lui dirigeva, pubblicò un opuscolo "Grani in luce e grani in ombra" nel quale cosi esordiva:

Scorrendo al stampa agraria - periodici e fogli volanti - di queste ultime settimane, si può giustamente valutare la formidabile pressione di cui è capace quel quid indefinibile che chiamasi la moda. La quale investe tutte le nostre cose - la nostra stessa persona - e non soltanto (come erroneamente credono le donnette del villaggio) i cappelli, le chiome e il vestiario delle signore eleganti. Essa avvolge e travolge: tutto e tutti.

Poi riferendosi in tutta evidenza a Nazareno Strampelli, e al suo successo che stava dilagando:

…ci sono in ogni tempo uomini e cose di moda, che hanno tutto il favore della cronaca; per la quale più non esiste ciò che è già di moda. E può scorgersi, a ben guardare, che anche il cronista. Nel diuturno suo divenire, obbedisce a quella pressione universale, se anche possa illudersi di essere - egli - il creatore della moda

Todaro questa volta se la prendeva soprattutto con il frumento Ardito che stava incontrando larghissimi favori nel mondo agricolo italiano, sopperendo agli inconvenienti che aveva presentato il Carlotta qualche anno prima.
Nei periodici agrari la moda oggi comanda - ed il cronista scrive - che il frumento Ardito debba stare in piena luce, bene in vista davanti agli agricoltori italiani; tutti gli altri - giù di moda - restare nella provvida penombra, che sa pietosamente nascondere la mediocrità e la miseria
Certo, ormai Todaro non poteva più disconoscere la validità di Nazareno Strampelli e della sua scuola, e l’unica cosa che intendeva sostenere, probabilmente anche a ragione, era la validità anche dei suoi grani, e che l’enfasi con cui venne accolto l’Ardito era forse eccessiva.
In effetti l’Ardito, frumento precoce che aggirava i pericoli della stretta e consentiva altre colture nello stesso fondo e nello stesso anno, venne accolto come qualcosa di miracoloso, e Todaro che non potette fare a meno di riconoscere che si trattava di un prodotto validissimo, ma tese a ricondurne le caratteristiche alle sue reali potenzialità , tutto sommato quelle stesse che aveva indicato Strampelli.
“Perché mettere in ombra tutti gli altri grani?”, si chiedeva polemicamente Todaro, e la risposta era sempre la stessa, "la moda", non comprendendo che in realtà il governo aveva di fatto compiuto la sua scelta nei confronti dei grani Strampelli, gli unici su cui si poteva scommettere per condurre la battaglia del grano.
E che Mussolini avesse compiuta una precisa scelta in questa direzione lo conferma il fatto che quando nominò il Comitato permanente del grano, un superorganismo che egli stesso presiedeva, con l’incarico di elaborare tutti i provvedimenti legislativi a sostegno della battaglia del grano, chiamò a farne parte Strampelli, e relegò Todaro a presiede la commissione provinciale di Bologna.
D’altra parte non era pensabile mettere in gioco la credibilità del regime lanciando la battaglia del grano, e pensare di condurla dopo aver messo in moto una massiccia macchina propagandistica, con le sementi tradizionali delle quali erano ampiamente note le rese e le potenzialità.
Se non si voleva aumentare la superficie granaria, non sarebbe certamente stato un aumento di impiego dei fertilizzanti, ne una più razionale organizzazione colturale, ne tantomeno i vari provvedimenti legislativi a garantire il successo di quella che fu una delle più clamorose applicazioni della politica autarchica del regime.
C’era bisogno di qualcosa in più, e questo erano le sementi create da Nazareno Strampelli a Rieti e che egli aveva tenuto rigorosamente segrete , le quali ora potevano essere messe in campo con tutti i rischi del caso, ma anche con la possibilità che quello che da anni Strampelli sosteneva nelle relazioni che periodicamente presentava al governo, ufficialmente o in forma riservata, fosse tutto vero, e su ciò scommettere.
Una scommessa che, indipendentemente dalle valutazioni di ordine politico, e dalla rilevanza e conseguenza all’interno del quadro economico più generale, sul piano dell’aumento della produzione cerealicola fu certamente vinta, e Francesco Todaro, molti anni dopo, nel 1940, in un’altro articolo emblematicamente intitolato "Rettifiche di rotta" non potette far altro che riconoscere i meriti di Strampelli scrivendo tra l’altro:
Ancora una volta desidero esplicitamente riconoscere che di essi (grani precoci Strampelli) la nostra granicoltura ha potuto e potrà larghissimamente avvantaggiare; e che alte benemerenze sono pertanto legittimamente dovute al camerata Strampelli, che per primo li ha introdotti presso di noi
Ma riprendiamo quella prima risposta di Todaro a Strampelli del 1918, in modo particolare un passaggio specifico che ci consente di evidenziare una ulteriore differenziazione tra Todaro e Strampelli:
"Noi - riferendosi sia a lui che a Strampelli - lavoriamo non per alte spirituali finalità dell’arte, ma per assicurare alle imprese di produzione agrarie il vile, volgarissimo, e pur tanto necessario profitto"
Nella prospettiva finale del Todaro, e lo diceva senza mezzi termini, c’era l’industria agraria, e il suo lavoro sembra essere posto al servizio di quell’agricoltura capitalistica che sempre di più si poneva in modo egemone nel panorama economico del Paese.
Non che Strampelli lavorasse in contrapposizione a tale prospettiva, ma il suo lavoro sembra più collocato in una dimensione politica generale indirizzata ad affrontare un problema indipendentemente da chi ne avesse reso possibile la realizzazione, e da chi ne avrebbe beneficiato.
Strampelli iniziò il suo lavoro scientifico durante nel periodo giolittiano, attraversandolo trasversalmente in ogni sua sfumatura, crebbe durante il governo Calandra, e mise in pratica i risultati della sua ricerca durante il fascismo, indipendentemente se essi fossero andati a beneficio dei grandi agrari o delle masse contadine.
Era uno scienziato per cosi dire "puro", e Todaro aveva torto anche quando ironizzava sulle citazioni artistiche di Strampelli, perché in fondo la creatività era una delle molle principali che accompagnarono il suo lavoro, insieme ad una sorta di ossessione epistemologica rispetto alla sua attività di ricerca, e morale, rispetto agli obiettivi.
Egli si sente investito di una missione; quella di rendere un grande servizio all’Italia. Lo ripete costantemente in ogni occasione, e non è un atteggiamento retorico d’immagine, in quanto questa convinzione la si ritrova espressa anche nella documentazione più intima e privata, e di essa era pienamente consapevole la sua compagna Carlotta.
Cosi,ad esempio, quando la moglie lo prega di recarsi presso il policlinico di Roma per curarsi di alcuni malanni si esprime nei seguenti termini:

Se ti piacesse andare al Policlinico, ove non occorre prendere appuntamento, ed ove troveresti tutti i dottori necessari potresti andare con Frances, che li conosce ; altrimenti va da chi credi, basta mi contenti e mi fai questo piacere. Ora non puoi dirmi che costa troppo, perché hai per curarti, ed è obbligo, dovere e necessario che curi e mantieni la tua salute più a lungo, e meglio che puoi. Se non lo fai sei un egoista, mentre il farlo, è per bene degli altri, e mi sembra che ciò che sempre hai desiderato di fare.

Nel 1932 rispondendo a coloro che gli rimproveravano di pubblicare troppo poco del suo lavoro egli scrisse:

Se avessi voluto pubblicare tutto ciò che di interessante, anche dal solo punto di vista teoretico, mi si è presentato nel corso dei miei lavori e delle mie esperienze, su tutti gli argomenti e problemi di cui mi sono occupato, avrei certo accumulato una letteratura copiosissima, ed oso dire anche interessante, giacché avrei tra l’altro documentato nella stampa la priorità di osservazioni che sono invece rimaste nei miei registri di lavoro. [...] L’uomo che allarga ogni giorno il suo dominio su tutto ciò che lo circonda non è padrone del tempo, il grande galantuomo che tutto mette a posto. E il tempo è a me mancato di fare tante cose che pure avrei desiderato veder compiute. [...]
Le mie pubblicazioni, quelle a cui tengo veramente, sono i miei grani: non conta se essi non portano il mio nome; ma ad essi è e resta affidata la modesta opera mia, svolta nell’interesse della granicoltura del mio Paese

Ma ancor più questa tendenza si deduce nel momento della nascita dell’Istituto Nazionale di Genetica che,come abbiamo visto, è stato pensato totalmente da lui senza che ne abbia mai rivendicato la primogenitura.
Non progettarlo, e lo scrisse senza mezzi termini, non pretendeva neanche corrispettivi economici "… perché a me basta mi sia data la possibilità di raggiungere l’immensa soddisfazione di rendere un grande servizio al mio Paese"
In realtà Strampelli era ben cosciente di avere in mano gli elementi per compiere qualcosa di davvero significativo nel panorama scientifico mondiale, ed in fondo riuscì ad essere anche un buon organizzatore di se stesso, riuscendo nel compito, tutt’altro che facile, di far transitare i suoi progetti sempre per le strade che ne consentissero la realizzazione, indipendentemente dai governi a cui dovette far riferimento nel corso della sua esperienza scientifica.
Non c’è dubbio che il ruralismo fascista, ed in particolare la battaglia del grano, rappresentarono una vera e propria fortuna per Strampelli che si trovò a poter offrire il prodotto giusto al momento giusto.
Fu proprio in questo contesto che egli fece uscire i suoi frumenti dai contenitori di laboratorio, ed ebbe la possibilità di verificarne l’applicazione economica su tutto il territorio nazionale.
Va infatti specificato che fino ad allora l’opera di Strampelli, cosi come quella degli altri ricercatori, si svolgeva su un piano di mera disquisizione scientifica.
Basti pensare che, fatta eccezione per il periodo in cui venne presentato il frumento Carlotta nel 1914, che ebbe un discreto indice di applicazione, ancora nel 1927, quindi all’inizio della battaglia del grano, l’unico frumento Strampelli coltivato con una certa consistenza in Italia era l’Ardito, utilizzato su una superficie complessiva di circa 170 mila ettari. Cioè adire poco più del 3% della superficie granaria italiana.
Nello stesso anno il Rieti originario era ancora coltivato su 271 mila ettari, cioè a dire oltre il 5% della superficie, e i frumenti derivati dalla selezione genealogica di Francesco Todaro occupavano una fetta molto più consistente.
Una situazione che appena cinque anni dopo si era incredibilmente capovolta.
Come vedremo in modo più specifico in seguito, i grani Strampelli nel 1932 ricoprivano oltre il 30% della superficie granaria nazionale, e nel 1940 la percentuale aveva superato il 50% con regioni come il Piemonte, la Lombardia, la Venezia Giulia dove la percentuale saliva al 70 –80 e anche oltre il 90 %.
Una vera e propria rivoluzione che non solo è unica in campo agrario a livello mondiale, ma che per tempi reali di concretizzazione, trova ben pochi altri esempi in generale sul piano delle applicazioni scientifiche, soprattutto di quelle legate alla manipolazione genetica.

Testi tratti dal libro
La scienza del grano. Nazareno Strampelli e la granicoltura italiana tra le due guerre
di Roberto Lorenzetti
Roma, Mibac-Dga, Studi e ricerche, 2000.