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I grani Strampelli

Il primo momento di messa in pratica del lavoro che Nazareno Strampelli aveva svolto presso l’istituto di Campomoro si ebbe nel 1914, anno di uscita del Carlotta Strampelli.
In realtà, come si deduce da una relazione inviata al Maic, egli era già in possesso di una copiosissima varietà di frumenti tanto che gli incroci già realizzati erano 304, dai quali erano scaturiti decine di migliaia di tipi, 4706 dei quali erano stati fissati, e il frumento che veniva sperimentato e commercializzato, altro non era che uno dei 1086 che tra questi lo scienziato reatino aveva ritenuti validi .
La motivazione che portò Strampelli a mettere in circolazione solo uno dei suoi grani, va ricercata soprattutto nelle difficoltà in cui operava nell’ambiente reatino, come si deduce da una sua relazione del 1914:
Dopo ulteriore studio ed opportune prove colturali, necessarie a precisare il valore di ciascun tipo, attraverso i vari anni ne vennero scartati 3690, mentre i rimanenti 1086 furono giudicati meritevoli di essere conservati. La maggior parte di questi 1086 tipi sono frumenti pregevolissimi, ma dovendo, per ragioni di opportunità locale moltiplicare nella classica pianura reatina, un solo grano, in sostituzione del vecchio Rieti si è creduto dare la preferenza al tipo 637 dell’ibrido Rieti x Massy, (cui fu imposto il nome di Carlotta Strampelli) e di sospendere, conservandoli nelle collezioni, tutti gli altri. Il Carlotta Strampelli ebbe la preferenza per la sua grande adattabilità alle diverse condizioni di coltura e di ambiente; e tale adattabilità è stata confermata dai risultati conseguiti per 4 anni nelle numerose prove regionali fatte da agricoltori e istituzioni agrarie delle varie province d’Italia centrale e settentrionale.
Tra i tanti frumenti che Strampelli aveva creato a Rieti, dopo diversi anni di prove colturali, scelse quindi di pubblicare quello ottenuto incrociando il Rieti con il Massy, da cui derivò il Carlotta Strampelli, un frumento particolarmente indicato per l’area centro-settentrionale, adatto ai climi freddi e alle ruggini, con notevole resistenza allettamento.
Il Carlotta, insieme al Gregorio Mendel venne presentato alla mostra delle novità agrarie del 1914 , e successivamente Strampelli presentò diverse relazioni al Maic sui risultati conseguiti nei diversi campi di prova italiani.
Il Carlotta fu la chiave di accesso di Strampelli nel panorama più accreditato della ricerca agraria italiana, tanto che su tale frumento fu invitato a riferire anche all’Accademia dei Lincei , che nel 1919 gli concesse il premio Santoro di diecimila lire , cosi come fu il banco di prova per l’ambiente agrario reatino che, almeno in parte, rispose alla sollecitazione di coltivare questo primo prodotto innovativo creato a Campomoro , cosi come risposero all’appello molti agricoltori italiani rassicurati dagli ottimi risultati che erano stati raggiunti in via sperimentale, tanto che già nel 1918 100.000 ettari di superficie granaria italiana era coltivata con tale frumento.
Anche l’Institut International d’Agricolture, insieme a tutto il mondo agrario italiano, volle rendere omaggio a Strampelli, e lo fece per iniziativa del barone De Bildt, corrispondente della Svezia, paese che aveva fortemente investito sugli studi relativi all’ibridazione, e del francese Luis-Dop, i quali, nella seduta del comitato permanente dell ’Institut International che si tenne il 29 febbraio 1919, proposero di inviare ufficialmente i rallegramenti a Strampelli per il premio ricevuto dall’Accademia dei Lincei, e di invitarlo a redigere un saggio sul suo lavoro da pubblicare anche nelle edizioni francese e inglese della rivista dell’ istituto.
In calce alla lettera il presidente dell’Institut International d’Agricolture, appose la seguente annotazione:

Io so che Ella non ama scrivere articoli. Ho quindi pregato il prof. Cuboni di dettare questo articolo servendosi dell’opera del D.r Orri che Ella conosce. Con questa triplice collaborazione spero che metteremo in luce la importante opera sua e la faremo conoscere al mondo.

Era in effetti nota la reticenza di Strampelli a scrivere del suo lavoro, e pressoché inutili erano le continue richieste dei giornali specializzati, tanto che i più avvertiti neanche gli chiedevano più di redigere uno scritto, ma solo di essere autorizzati a riprendere passi già pubblicati, come il direttore della "Minerva Agraria" che gli chiese "…di riprendere pressoché integralmente " l’articolo sul Carlotta pubblicato negli atti dell’Accademia dei Lincei, , e lo stesso fece il direttore della Stazione agraria di Modena per la redazione dell’enciclopedia agraria della Zanichelli . )
L’introduzione colturale del Carlotta coincise con un triennio di stagioni particolarmente favorevoli, con estati fresche, fino al punto che i risultati di resa ottenuti meravigliarono perfino lo stesso Strampelli, soprattutto perché si raggiungevano anche in aree che egli non aveva ritenuto idonee alle specificità di quel frumento.
Il Carlotta aveva fatto gridare al miracolo, ma in realtà negli anni successivi, con il ritorno di stagioni ad alte temperature estive, in quei territori reputati dallo stesso Strampelli inadatti, il Carlotta venne colpito dalla cosiddetta "stretta" e, contro di esso, si scagliarono le più aspre critiche, sia in relazione alle rese che furono decisamente basse, sia mettendo in discussione le qualità alimentari del prodotto ottenuto.
Nel frattempo Strampelli aveva già pubblicato altri frumenti come il Dauno, l’Apulia e il Varrone , ma il parziale insuccesso del Carlotta lo spinse verso la ricerca dell’ abbreviazione del ciclo vegetativo dei frumenti, proprio per aggirare l’ostacolo della siccità estiva che provocava danni soprattutto nell’ultima fase di maturazione.
Sarebbe stato sufficiente creare un frumento che avesse avuto una maturazione più precoce di 15-20 giorni per aggirare il pericolo della stretta, ma anche per ottenere altri vantaggi, come la possibilità di liberare i fondi dal grano in anticipo, rendendo possibili diverse colture intercalari , cosi come la precocità del raccolto avrebbe consentito nelle zone malariche una minore permanenza dei contadini sui fondi proprio nel periodo di maggiore pericolosità.
Nacque cosi l’Ardito un frumento che maturava circa tre settimane prima degli altri, ottenuto da Strampelli dalla reibridazione di una varietà giapponese l’Akagomuchi, caratterizzata da una altissima precocità ma di nessun valore colturale, con l’ibrido ottenuto incrociando il Rieti con il Wilhelmina , altamente produttivo, ma tardivo nella maturazione.
L’Ardito fu un vero trionfo in quanto non solo maturando prima aggirava il pericolo della stretta, ma rese possibile trasformare diverse colture annuali in intercalari come il riso, il tabacco, il lino ecc. con un notevolissimo vantaggio economico per le aziende agrarie.
All’Ardito fecero seguito nel 1923 altri grani teneri precoci come il Villa Glori, che si impose pressoché generalmente nel nord d’Italia , il Fausto, il Mentana , il Raismondo, l’Edda, nonché il frumento duro Aziziach 17-45, ed altri frumenti tardivi come il Virgilio.
E’ di questa fase anche il Terminillo del quale va detto che si tratta di un incrocio intergenerico in quanto ottenuto dall’ ibridazione del frumento Rieti con la segale.
Tale esperimento era già stato eseguito dal Vilmorin nel 1875 con scarsi risultati,e ripreso dallo Strampelli già nel 1904.
A Rieti Strampelli realizzò oltre 800 incroci. Calcolando che ogni incrocio da vita a oltre 1000 diverse forme, egli osservò circa un milione di diverse tipologie frumentarie dalle quali scaturirono i suoi grani che negli anni ’40 ricoprivano 3.134.000 ettari, cioè il 66,5%, della superficie granaria complessiva del Paese, producendo un aumento produttivo di circa 20 milioni di quintali l’anno.
Va in ultimo ricordato che il suo lavoro non si limitò al solo frumento, ma investì altre specie vegetali come il mais , del quale egli si occupò fin dai primi anni del novecento generando numerose varietà caratterizzate da una altissima resa tra i quali il Luigia Strampelli ottenuto dall’ibridazione del Quindici agosto con il Rosso piemontese e l’Eureka (Maggengo reatino x Giallo precoce d’Ausonia).
Nel corso della prima guerra mondiale si occupò anche della barbabietola da zucchero, e questo per incarico della Società Italiana per la Produzione dello Zucchero Indigeno, che non riusciva più ad importare le sementi dall’estero a causa del conflitto mondiale, anche se va tenuto conto che Strampelli aveva iniziato a lavorare in questa direzione fin dal 1907 pubblicando per altro una relazione sul bollettino ufficiale del Maic, e un’altra nei Rendiconti dell’accademia del Lincei.
Numerosi lavori furono poi eseguiti sul ricino a Rieti, S.Angelo Lodigiano e Badia Polesine ( 59 ), sull’orzo nei campo sperimentale di Leonessa , sull’avena e sulla segale, sulle patate anche queste sperimentate a Leonessa e Badia Polesine , cosi come sui pomodori, lenticchie e fagioli, studi che Strampelli abbandono però molto presto per dedicarsi pressoché unicamente alla sperimentazione cerealicola.

Testi tratti dal libro
La scienza del grano. Nazareno Strampelli e la granicoltura italiana tra le due guerre
di Roberto Lorenzetti
Roma, Mibac-Dga, Studi e ricerche, 2000.