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Il lavoro scientifico di Nazareno Strampelli

Quando Strampelli arrivò a Rieti non iniziò a lavorare subito all’ibridazione del frumento ma, in modo più coerente con quello che era la Cattedra ambulante che dirigeva, sulle malattie del grano, ed in particolare a quella dovuta all’Ustilago Carbo, utilizzando il Rieti originario come punto centrale delle sue indagini.
Studiò poi l’azione oligodinamica di alcune sostanze chimiche come il manganese, e rivolse la sua attenzione anche alle tipologie di concimazione, nonché alle rotazioni agrarie e alle tecniche di lavorazione del suolo nella valle reatina.
Ma il principale lavoro di questa sua prima fase di impegno scientifico nel capoluogo sabino fu il suo studio sul frumento Rieti originario che, come abbiamo visto, ricopriva un significativo ruolo nella granicoltura nazionale, e decisamente centrale nell’economia locale.
Egli, già nel 1900, al fine di studiare un frumento adeguato per l’area camerinese dove il Rieti era soggetto all’allettamento e il Noè alle ruggini, aveva proceduto ad incrociare i due frumenti ottenendo buoni risultati in prima generazione (F1) ma pessimi in seconda generazione (F2), per la nota legge mendeliana sulla disgiunzione dei caratteri.
Il suo obiettivo era quello di migliorare la qualità del frumento reatino elevandone la produttività, anche con nuove tecniche di concimazione, e combattendo il suo principale limite che era quello dell’allettamento, che limitava fortemente il suo principale pregio, cioè a dire la forte resistenza alle ruggini.
La strada della selezione razionale e fisiologica era quella che la cultura scientifica dominante del tempo considerava come l’unica percorribile, ed anche egli si mosse in questa direzione, sia lavorando direttamente in questo senso, sia prendendo iniziative indirizzate a coinvolgere il mondo dell’agricoltura locale intorno all’attività della cattedra.
Cosi nel 1904 bandì in concorso a premi tra i produttori del Rieti originario che avrebbero dovuto avviare un lavoro di selezione che sarebbe terminato un triennio dopo.
Strampelli era convinto che il Rieti originario, qualora si fosse praticata una adeguata selezione, poteva diventare in breve tempo il miglior frumento da seme italiano, obiettivo raggiungibile anche con il coinvolgimento diretto dei produttori locali offrendo loro "… il miraggio del possibile conseguimento di qualche premio “
Al concorso potevano partecipare solo i “…proprietari ed affittuari che coltivano terreni alluvionali della valle reatina” , i quali dovevano seguire le istruzioni impartite da Nazareno Strampelli il quale specificò come “..la selezione dovrà incominciare sul raccolto di quest’anno con la scelta delle spighe migliori (cioè più lunghe, meglio conformate, più ricche di semi e per conseguenza più pesanti) facenti parte dei cesti più numerosi e non allettati e col ritenere buone per la prossima semina solo le migliori granella della parte mediana delle spighe scelte e che è obbligo di ogni concorrente di mandare a questa cattedra prima del 30 luglio p.v un campione delle dette spighe e granella selezionate.”
Il concorso fu vinto dal marchese Benedetto Cappelletti, mentre ai posti successivi si classificarono altri grandi proprietari del reatino come Potenziani , Fiordeponti, Pilati, e Pitoni, (6) ma Strampelli non intendeva impegnarsi più di tanto in questa direzione.
In realtà, se l’immagine esterna del lavoro di Strampelli era quella di un semplice direttore di cattedra ambulante, egli già nel 1904 utilizzò quel primo fondo agricolo di Setteponti concessogli dal principe Potenziani, per mettere a coltura 240 diverse qualità di frumento che si era fatto arrivare da ogni parte del mondo, scegliendole tra quelle che nei rispettivi paesi di origine fornivano rese di molto superiori a quelle che generalmente si ottenevano in Italia.
Nel 1907, intervenendo con una comunicazione al VI congresso internazionale di chimica applicata di Roma, Strampelli presentò i risultati di quel suo lavoro, per altro non particolarmente originale, almeno per quanto concerne il percorso di indagine sull’ acclimatizzazione dei frumenti stranieri, visto che ad analoghi risultati erano già stati constatati dal prof. Giglioli che operava ad Acerra.
In sintesi Strampelli provò a vedere cosa succedeva coltivando nella valle reatina tipologie frumentarie di gran resa usate nel resto del mondo.
I risultati furono disastrosi, tanto che la totalità dei grani venne pesantemente attaccata dalla ruggine, e le spighe si presentarono nere, quasi del tutto prive di chicchi, fino al punto che fu difficile perfino raccogliere un minimo di prodotto da utilizzare come seme per l’anno successivo.
Ripiantato quanto raccolto tra il 1903 e il 1904, il risultato fu un minor danno provocato dall’attacco della ruggine, e cosi progressivamente negli anni successivi.
Di fatto c’era stato un progressivo adattamento di questi frumenti all’habitat della valle reatina, e di conseguenza agli attacchi dalle ruggini, senza però neanche avvicinarsi alle proprietà del Rieti, e senza raggiungere i livelli di produttività che essi manifestavano nei paesi di origine.
Al congresso di chimica applicata, Strampelli presentò una importante novità e cioè che, contrariamente a quanto si credeva, il Rieti originario non era affatto immune dall’attacco dalle ruggini, anzi, in base alle sue osservazioni, era il primo in ordine di tempo a presentare pustole rugginose sulle foglie, ma mai sul culmo, con il risultato che i danni che ne derivavano erano praticamente nulli, quasi si trattasse di una sorta di vaccinazione che proteggeva il frumento reatino nel proseguo del suo ciclo vegetale.
Era evidente che Strampelli tornasse a concentrarsi sul Rieti originario ponendosi il problema di modificarne le qualità, o introducendo i caratteri di resistenza alle ruggini in frumenti di grande resa, o trasferendo le caratteristiche di questi nel Rieti.
Più tardi nel ripercorrere le tappe del suo lavoro, ebbe a scrivere:
Chiaramente quindi si delinearono innanzi a me due vie da tentare e cioè 1) provare ad indurre nelle migliori varietà esotiche, precocità e resistenza alle ruggini; 2 ) cercare di dare al Rieti ciò che gli manca, ossia paglia forte e resistente all’allettamento
Quindi, in questa fase Strampelli era impegnato sul terreno dei più accreditati studi di selezione genealogica, ma che già preludeva di fatto ad un approccio di manipolazione genetica.
Per realizzare la selezione genealogica Strampelli creava dei mini appezzamenti separati, in ognuno dei quali coltivava la granella prelevata da un’ unica spiga facendo attenzione a scegliere quelle che si presentavano in modo difforme dall’insieme della massa dei grani.
In tal modo egli riuscì ad isolare alcune centinaia di linee pure, morfologicamente differenti tra loro, anche se per caratteri minimi come il colmo rosso e spiga bianca, spiga bianca e antere rosse ecc.)
L’unico risultato di una certa consistenza che egli ottenne fu un tipo a cui venne dato il nome di Rieti 745, caratterizzato da una pur minima maggiore produttività rispetto al Rieti originario, ma nessun progresso era stato fatto per quanto concerneva il punto critico dell’allettamento.
Secondo Strampelli tale rigidità di risultati era facilmente spiegabile proprio con la specificità del frumento della valle reatina, da secoli utilizzato come preziosa semenza, e come tale protetto in un habitat chiuso dal contatto con altre varietà che avrebbero potuto generare delle ibridazioni spontanee in grado di produrre quelle che egli definiva “fortunate mutazioni”.
Non a caso notava che “ …se si sono trovate modificazioni (sia pur lievi) di caratteri nel Rieti originario, si sono trovate lontano dall’ambiente naturale a questa varietà"
Era quindi un percorso con scarse prospettive quello della selezione genealogica del Rieti originario, e Strampelli imboccò la strada dell’ibridazione che in verità già seguiva in modo parallelo, quasi che attestare la non praticabilità della tradizionale selezione fosse un atto dovuto per giustificare un suo totale impegno sul terreno sperimentale della manipolazione genetica.
Anche l’ acquisizione dei centinaia di varietà di frumenti da ogni parte del mondo servì certamente per studiarne l’acclimatazione, ma come egli stesso disse più tardi, “…per avere altresì a disposizione il materiale necessario ai progettati lavori di incrocio”
In altri termini egli era convinto che con la selezione genealogica era possibile accentuare i caratteri già esistenti in un determinato frumento, ma, per introdurre caratteristiche che questo non possedeva, il percorso genetico era l’unico percorribile.
In realtà Strampelli sapeva benissimo che praticando la selezione in un ambiente diverso da quello reatino, si potevano ottenere risultati diversi, cosi come fece Francesco Todaro, il massimo fautore della scuola della selezione genealogica che lavorò sul Rieti originario nel bolognese riuscendo ad ottenere linee pure di sicuro pregio tra le quali il Rieti 11 che trovò un significativo impiego in numerose parti d’Italia.
Qualche sospetto che Strampelli non abbia voluto percorrere fino in fondo la strada della selezione, venne nel 1929 a Corrado Peroni il quale, pur riconoscendo l’indubbia validità del lavoro svolto sul Rieti originario, riferendosi alle varietà individuate dal Todaro ebbe a scrivere:
..non sappiamo persuaderci come tali forme non siano state pure notate ed isolate nell’agro reatino dallo Strampelli per quanto limitata fosse la possibilità di imbattersi in esse.
In verità Strampelli sapeva che procedendo ad un lavoro di selezione in ambiente diverso, anche i risultati potevano essere diversi, e ciò non tanto e non solo per l’impiego del Rieti in altri ambienti , ma soprattutto per l’azione “…di ibridazioni spontane”
Era l’ idea di sperare di incontrarsi con la casualità di mutazioni genetiche che non affascinava affatto Strampelli, il quale voleva essere egli stesso a generarle e controllarle, e su tale aspetto intrattenne, come vedremo, una forte polemica con Francesco Todaro.
Per altro non è neanche ipotizzabile che i tipi isolati poi da Todaro nel bolognese sul Rieti originario non fossero stati notati da Strampelli.
E’ più logico pensare, seguendo proprio il suo ragionamento, che questi non esistevano affatto nel Rieti originario della valle reatina, ma appartenevano solo a quello utilizzato nella valle padana in seguito a forme di ibridazione spontanea che il frumento reatino aveva subito in quell’area grazie al contatto con un ambiente diverso, e soprattutto a quello con altre specie frumentarie che non esistevano nel luogo di origine.
D’altra parte la relativa frequenza dell’ibridazione casuale del frumento era già stata attestata fin dalla seconda metà dell’ottocento dal Delpino nel parmense , fino al punto che non pochi erano i fautori della tesi che i tipi nuovi comparsi in una popolazione apparentemente uniforme, non erano dovuti a mutazioni ma ad incroci spontanei.
Quello delle ibridazioni spontanee non era affatto considerato un terreno scientifico percorribile, ma, al contrario, un vero e proprio problema in quanto, come sosteneva Ehle Nilsson, direttore della ben nota stazione sperimentale di Svalöf in Svezia, rappresentava un ostacolo al mantenimento e controllo delle razze pure.
Qualcuno ci provò a realizzare degli ibridi artificialmente ma senza ottenere risultati di qualche significato, come Maud, Vilmorin, Pringle e Blount.
Rimpau in Germania tentò anche un incrocio intergenerico tra grano e segale senza ottenere alcun risultato agrario, esperimento questo che riuscì invece pienamente a Strampelli nel 1902.
Non c’era alcuna convinzione di poter ottenere risultati sul terreno dell’ibridazione, e i vari esperimenti realizzati, più per curiosità che per progetto scientifico, venivano lasciati cadere di volta in volta.
Il primo a crederci davvero fu Strampelli, e iniziò un lavoro di esame microscopico delle sezioni dei culmi di vari frumenti da cui dedusse che la resistenza all’allettamento era dipendente dalla conformazione di questi.
Un culmo basso è più resistente di quello alto, e quello a diametro più grande lo è più di quello a diametro più piccolo:ma il culmo basso produce poca paglia, il culmo a diametro grande produce invece paglia scadente, poco utilizzabile per gli animali domestici;e se un colpo di vento fortemente impetuoso riesce a piegarlo, esso si spezza e non si raddrizza più 19
Quindi diventava fondamentale concentrarsi sulla struttura anatomica del culmo, soprattutto sulla sua impalcatura interna.
L’obiettivo di Strampelli fu quindi quello di generare un culmo certamente forte, ma contestualmente dotato di una elasticità in grado “…non solo di piegarsi senza rompersi, sotto la pressione e l’impeto dei venti, ma anche di sapersi poi raddrizzare appena cessata la meteora.”
Strampelli aveva notato che tale proprietà era posseduta da quelle piante il cui culmo era dotato di molteplici fasci libro-legnosi, la cui sezione era allungata nel senso del raggio del culmo, i quali si presentavano disposti in più serie concentriche.
Nel Rieti originario la presenza di fasci libro-legnosi era decisamente scarsa, a differenza ad esempio di altri frumenti come il Triticum Villosum, e secondo lui questo spiegava la scarsa resistenza all’allettamento del frumento reatino
Fu quindi sufficiente procedere all’incrocio genetico dei due frumenti per ottenere un risultato positivo che in ogni caso dava forza alle ipotesi dello scienziato.
Ma quale era il sistema utilizzato da Strampelli nel suo lavoro.
Per comprenderlo,almeno nei suoi tratti essenziali, dobbiamo far ricorso alle leggi mendeliane sull’ibridismo.
In estrema sintesi, nelle cellule sessuali sia maschili che femminili non esiste un’unica forza ereditaria,ma tanti elementi indipendenti tra loro, i fattori ereditari o geni, ognuno dei quali è in grado di riprodurre uno specifico carattere morfologico o fisiologico.
All’atto della fecondazione, i geni si sommano tra loro per poi tornare a disgiungersi nel momento della formazione delle cellule sessuali della generazione successiva.
E’ ovviamente necessario limitare il nostro discorso al mondo delle piante che si presentano quindi non come organismi unitari, ma come aggregati di elementi.
Due diverse razze possono avere in comune uno o più caratteri elementari, ma, in funzione della loro affinità, differiranno tra loro con caratteri opposti, definiti appunto caratteri antagonistici o allelomorfi ,l’uno dominate e l’altro remissivo, in funzione della forza di trasmettersi nel primo individuo riprodotto dall’incrocio.
Nella prima riproduzione domina la cosiddetta legge mendeliana della dominanza in base alla quale l’individuo riprodotto possiede i carattere dominanti di entrambi i genitori.
L’ibrido che si riproduce poi con fecondazione propria, genera una progenie di individui tre quarti dei quali possiedono i caratteri del progenitore dominante, e un quarto quelli remissivi dell’altro genitore.
Un esempio servirà meglio a comprendere il concetto.
Ipotizziamo di dover incrociare due tipi di frumenti differenti tra loro per la colorazione della spiga, nel primo bianca nell’altro rossa.
I chicchi ottenuti dall’incrocio, in base ad una metodologia che vedremo meglio in seguito seguendo il lavoro di Strampelli, vengono seminati, e il prodotto che otterremo è quello di prima generazione (F1) con le spighe uniformi di colorazione rossa, in quanto il rosso è elemento dominante sul bianco, ed è noto che in base alla legge sull’uniformità dei caratteri compariranno solo i caratteri dominanti.
Le cariossidi ottenute vengono di nuovo seminate per produrre una seconda generazione (F2) nella quale si manifesta la legge della disgiunzione dei caratteri, cioè a dire otterremo in percentuali diverse spighe rosse e bianche.
Normalmente si riteneva che la disgiunzione dei caratteri in F2 si manifestasse in modo casuale, ed è li che normalmente venivano abbandonate le sperimentazioni.
Fu Strampelli a comprendere empiricamente, cosa che Mendel aveva già annotato tra le sue leggi, che tale processo di disgiunzione non era affatto casuale,ma ubbidiva a regole precise.
In pratica in F2 si otterranno tre quarti di spighe rosse e un quarto bianche le cui cariossidi dovranno successivamente essere divise e coltivate separatamente .
Siamo quindi alla terza generazione (F3) nella quale le cariossidi delle spighe rosse produrranno un quarto di spighe rosse che resteranno tali anche nelle generazioni successive, mentre due quarti di spighe saranno ibride, cioè a dire nelle generazioni successive produrranno una ulteriore disgiunzione di caratteri,e un’ultimo quarto saranno bianche, fisse anche esse.
Strampelli aveva già seguito questo percorso fin dal 1900 quando incrociò il Rieti con il Noè, e in prima generazione (F1) aveva ottenuto esattamente ciò che egli aveva progettato ,cioè l’unione dei caratteri del Rieti, sommati a quelli del Noè.
Si era praticamente concretizzata la legge della uniformità in F1.
Egli pensò di riseminare quanto ottenuto semplicemente per avere maggiore semenza da moltiplicare , ma nel nuovo raccolto la delusione fu enorme in quanto scomparse del tutto l’uniformità della varietà creata, e sul suo campo maturarono centinaia di forme diverse di spighe.
Era la legge della disgiunzione dei caratteri in seconda generazione (F2).
Le teorie scientifiche del tempo erano chiare, e si fondavano sulla convinzione della non fissità degli incroci che, nelle generazioni successive alla prima, altro non facevano che riproporsi con le caratteristiche dei genitori su cui si era basata l’ibridazione.
Incroci se ne erano provati a fare proprio nello stesso periodo in cui operava Strampelli, a cominciare dal prof. Passerini che nel 900 presso l’istituto agrario di Scandicci aveva effettuato l’incrocio del Gentil rosso con il Noè, mentre altri tentativi vennero effettuati nel 1903 dal Soleri a Cuneo.
Va ancora ricordato che le leggi che l’abate agostiniano Gregorio Mendel aveva scoperto nel 1865 a Brünn erano rimaste del tutto sconosciute, e che quindi egli altro non stava facendo che seguirne il percorso senza conoscerle.
Egli aveva quindi iniziato con l’intuire la legge dell’indipendenza dei caratteri fin dal 1900 quando sdoppiò quelli positivi del Rieti, e quelli positivi del Noè, per accoppiarli e generare un nuovo tipo che li contenesse entrambi.
Nella successiva sperimentazione si incontrò in tutta evidenza con la legge della disgiunzione dei caratteri in F2, e aveva proseguito con la selezione genealogica dei discendenti isolando, più o meno consapevolmente, gli individui omozigoti, cioè a dire vere le proprie cellule sessuali generate dalla fusione di elementi della stessa natura.
Fu la chiave di svolta, in quanto proprio isolando e selezionando metodicamente gli individui partoriti da un incrocio si riuscì alla fine a giungere alla fissazione di una precisa forma genetica, proprio come aveva intuito Mendel.
Va detto che non è possibile accreditare unicamente a Strampelli la primogenitura di tale percorso scientifico in quanto proprio nello stesso periodo altri tre grandi scienziati stavano, per altro all’insaputa l’uno dell’altro, percorrendo la stessa strada, Correns a Tubigen, Tschermak a Vienna e De Vries ad Amsterdam.
A comunicare a Strampelli l’esistenza di quella ben nota memoria di Gregorio Mendel rimasta pressoché ignota per circa 35 anni, fu nel 1905 il Cuboni nel corso di una sua visita alla Cattedra ambulante di Rieti.
Come scrisse più tardi Benedetto, figlio dello Strampelli, “…la conoscenza di queste fugarono completamente ogni dubbio nella mente dello Strampelli, e coordinarono e fusero in un tutto organico i bagliori di verità già dallo Strampelli intraveduti, per cui la conoscenza degli studi di Mendel furono per lo Strampelli la luce polare che gli permisero un più rapido orientamento verso la meta.”
In effetti la memoria dell’abate Mendel Verucher über Pflanzenhybriden, pubblicata nel 1866 negli atti dell’accademia di Brünn, era rimasta del tutto sconosciuta, e fino alle soglie del 1900 non trovò alcun seguace.
Per altro la memoria pubblicata da Mendel riporta solo parzialmente l’esperienza che egli aveva fatto con i piselli, e altrettanto parziali sono le notizie sul lavoro compito riguardo ai bastardi di Hieracium pubblicate nel 1870
La varietà delle sue scoperte Mendel non le pubblicò mai, comunicandole solo a Karl Nägeli in una lunga corrispondenza che il Correns pubblicherà solo nel 1905.
Ancora nel 1900 il grande botanico olandese De Vries pubblicò nei Comptes Rendus dell’Accademia delle scienze di Parigi una breve nota Sur la loi de disjonction des hybrides, senza conoscere per nulla le leggi mendeliane delle quali quanto egli scriveva vi era ampiamente contenuto.
Sempre nel 1900 Tschermak pubblicava Ueber Künstliche Kreuzung bei Pisum sativum ), e il Correns G.Mendel’s Regel über das Verhalten der Nachkommenschaft derRassenbastarde, riconoscendo di fatto le leggi mendeliane e portandole a conoscenza della comunità scientifica dopo che essi stessi, e De Vries, ne avevano seguito inconsapevolmente le orme.
Gli effetti furono come è noto devastanti per la tradizione scientifica del tempo che in un sol colpo vide rimettere in discussione le teorie lamarkiane, e soprattutto quelle evoluzionistiche di Darwin.
Di fatto la selezione naturale poteva portare a modificare una specie, perfino ad estinguerla, ma non poteva generarla, cosi come fino ad allora si riteneva.
Ma Strampelli al pari di Tschermak, de Vries e Correns, aveva già ripercorso la strada di Gregorio Mendel arrivando proprio in quell’anno a realizzare il primo ibrido Noe x Rieti intuendo un percorso di ricerca che come vedremo egli condusse per oltre un quarantennio.
Giuseppe Cuboni, direttore della Regia stazione di patologia vegetale di Roma, fu tra i primi ad introdurre in Italia le leggi di Mendel, dandone notizia nel 1903 in un suo saggio che si concludeva con le possibili applicazioni in campo agrario:
(le leggi di Mendel)… ci faranno sperare che non sia lontano il giorno in cui sarà possibile predire, con sicurezza matematica, i risultati di un dato incrocio e con questo mezzo nuove forme e nuove varietà saranno ottenute, rispondenti ai desideri e ai bisogni dei coltivatori
Cuboni scriveva questo articolo nell’agosto 1903 da Albano Laziale, e non sapeva ancora che a pochi chilometri c’era chi stava già lavorando proprio in questa direzione.
Se ne accorse due anni dopo, visitando la cattedra che Strampelli dirigeva a Rieti, e rimase entusiasta di quanto stava accadendo, tanto da scrivere un apposito articolo sul Bollettino della società degli agricoltori italiani.
Egli ricordando quanto era accaduto nell’ultimo congresso degli agricoltori italiani, dove vi fu chi sostenne che la scienza nulla aveva più da offrire in campo agricolo, lamentava lo scarso impegno del governo nei confronti della ricerca scientifica in questo settore, soprattutto per quanto riguardava le stazioni agrarie che l’allora Ministro Rava aveva promesso di sostenere con nuovi e adeguati finanziamenti.
In attesa che queste promesse diventino realtà – scriveva Cuboni – consoliamoci a constatare che non ostante la quasi indifferenza del pubblico e la grande scarsità di mezzi, qualche tentativo serio di applicazione dei metodi rigorosi e scientifici per la soluzione di alcuni problemi agrari si viene facendo anche da noi. Come un bell’esempio di siffatti tentativi meritano di essere citate le esperienze di granicoltura istituite dal prof. Nazareno Strampelli a Rieti.
E proseguiva:
Nei tentativi di ibridazione per formare nuove varietà, lo Strampelli era guidato dal concetto di combinare la varietà locale del frumento reatino, che, come tutti sanno, ha il pregio di una notevolissima resistenza alla ruggine, con altre varietà migliori del Rieti….Il bravo professore ha fatto la fecondazione artificiale di ben 2720 fiori e la fecondazione è riuscita sopra 1089.Gli ibridi ottenuti sono 53, nei quali il Rieti funziona 27 volte da maschio e 26 volte da femmina.
Certo Strampelli stava solo all’inizio del suo lavoro, e doveva ancora vedere i risultati dei suoi 53 ibridi, ma il Cuboni che da allora resterà sempre vicino allo scienziato reatino, ne intuì subito le straordinarie potenzialità tanto da fargli concludere che quanto stava accadendo nella semplice cattedra ambulante “…faceva sperare che Rieti , mercè gli studi e le ricerche del bravo prof. Strampelli, sarà in grado di offrire all’Italia nuove varietà di un frumento adatto ai nostri climi e alle moderne esigenze colturali, e tale da non aver nulla da invidiare alle migliori qualità straniere”
Cuboni aveva intuito benissimo quale sarebbe stato il risultato del lavoro di Strampelli che non stava creando semplicemente varietà confrontabili con i tipi esteri di gran resa, ma stava sulla strada che lo condurrà a creare in assoluto i migliori grani del mondo, come il Damiano Chiesa che stracciò ogni record mondiale di produzione unitaria con ben 82 q.li per ettaro.
Nel 1908 lo fece invitare dalla Società degli agricoltori italiani a tenere una conferenza sui risultati raggiunti a Rieti, dopo quella che egli avrebbe tenuto riferendo sul suo recente viaggio nel prestigioso istituto sperimentale di Svalöf , e tramite di lui Strampelli ebbe i primi contatti con l’Accademia dei Lincei, e con l’Institut International d’Agricolture.
Per quanto concerne il suo metodo di lavoro, fu lo stesso Strampelli a descriverlo fin dal 1907 nel corso di una conferenza per il congresso agrario di Cologna veneta.
“La tecnica dell’ibridazione anche nel frumento è molto facile e costituisce niente di più che un esercizio di pazienza; voglio però ugualmente esporre quella da me seguita, acciocché si possa giudicare del modo come ho operato. Per comodità di lavoro e più specialmente perché, potendone regolare la vegetazione, mi sia possibile praticare la fecondazione artificiale fra piante precoci e tardive, semino in vasi quelle varietà o specie che ho predestinate a fungere da piante femmine. A principio di primavera i vasi di varietà tardive vengono da me collocati nella parte più soleggiata e contro muro rivolto a sud, dell’orto adibito a laboratorio d’ibridazione mentre tengo le precoci nella parte più ombreggiata, e, se ciò non basta, le porto anche in un vano interno pianoterra molto fresco. Così facendo ottengo fioritura contemporanea o poco distanziata tra le piante destinate a funzionare da femmine e quelle da cui si deve prendere materiale per la impollinazione. Al momento opportuno, e cioè quando i fiori presentano le antere completamente verdi e gli stigmi sviluppati, ma ancora chiusi, procedo alla castrazione dei fiori stessi., Per alcune varietà tale momento si ha sei o sette giorni dopo che le spighe si sono liberate dal loro invoglio., per altre invece subito dopo la emissione della spiga e per altre, infine (specialmente per quelle tardive), è necessario operare anche qualche giorno prima, che le infiorescenze escano fuori dell’invoglio, per non trovarvi antere già mature Scelgo nel vaso due, tre, ecc., delle migliori spighe fra le più avanzate o le più arretrate, a seconda dell’opportunità del caso) e tolgo tutte le altre strappandone o tagliandone i culmi. Sulle spighe prescelte faccio una toeletta, che consiste nel sopprimere i fiori troppo arretrati (qualcuno dell’apice e della base, e tutti i fiori mediani o più alti di ciascuna spighetta), lasciando solo quelli che mostrano contemporaneità od uguaglianza di sviluppo. Con apposite pinze, allargando glume e glumelle, apro successivamente tutti i fiori conservati e da ciascuno esporto le tre antere, avendo cura, massima di non toccare menomamente nè ovario né stIgmi. Proteggo le spighe castrate, da fortuite impollinazioni possibili per vento, insetti, ecc., introducendole, ciascuna in un tubo di carta pergamena saldata nella congiuntura longitudinale con collodion, perchè non si apra per umidità od acqua. Chiudo ciascun tubo superiormente ed inferiormente con batuffoli di cotone cardato e li assicuro ciascuno ad una canna conficcata nella terra del vaso . La carta pergamena consente il passaggio della luce, il cotone rende possibile la circolazione dell’aria, ma l’una e l’altro impediscono che polline, non voluto, vada sulle spighe. Al disopra, poi di ciascuno dei tubi, ma abbastanza scosto da non ostacolare la circolazione dell’aria, applico, fissandolo alla stessa canna di sostegno, un cartoccio conico, pur esso di carta pergamena, con la base in basso, per impedire che la pioggia o la rugiada abbiano da bagnare il batuffolo superiore (vedi figura in 1’ pagina). Ogni spiga ha un cartellino ove incomincio dal segnare la data di castrazione e poi successivamente quella di ibridazione e le annotazioni del caso, compreso il binomio dell’ibrido tentato. Quando gli organi femminili sono pronti per ricevere la impollinazione, e cioè è facile riconoscere dalle piumette dello stigma turgide ed allargate, allora, non prima e non dopo, procedo alla fecondazione artificiale […]Per procurarmi il polline, colgo nell’aiola della varietà predestinata a fungere da maschio, un certo numero di spighe portanti, nell’interno dei fiori, antere gialle mature o molto prossime alla loro maturazione; riunite in Mazzetti le scuoto accuratamente per far cadere polvere e quanto può aver aderito sulle glume, sulle ariste, ecc.; portatele in laboratorio, le colloco entro vasi, immergendo la parte tagliata dei culmi in acqua, e le espongo al sole. Mano, mano ritiro i mazzetti e da ciascun fiore di ciascuna spiga estraggo le antere più gialle e mature che lascio cadere sopra un foglio di. carta pergamena. Le antere mature esposte all’aria deiscono e lasciano uscire polline dalle loro logge. Porto -polline ed antere sopra un piccolo staccino a rete metallica con maglie di circa mezzo millimetro di diametro, ed agito-le antere terminano di vuotarsi completamente e tutto il polline, passando a traverso le maglie della rete,’ viene a raccogliersi ìn un vetro da orologio posto sotto lo staccino stesso. Ne, i primi. anni di questo lavoro trovai comodo avvolgere i mazzetti di spighe con cartocci conici di carta pergamena, per raccogliere in essi, durante l’esposizione al sole, il polline votato dalle antere uscite dalle glume, solevo anche, prima di accingermi ad estrarre le antere, di scuotere le spighe sul foglio di carta pergamena per raccogliervi tutto il polline di cui le spighe stesse erano imbrattate, ed anche questo polline usavo nella fecondazione artificiale. Ricerche ed osservazioni posteriori mi hanno convinto che con tale sistema è facile avere polline inquinato da qualche spora di carbone (già portata dal vento sulle glume, e ,cedelle spighe raccolte) e che quindi con esso è possibile infettare gli ovari con ustilago carbo. Non rari stati i casi. di ibridi che mi hanno date piante carbonchiose nella loro prima generazione non ostante l’accurata medicatura delle sementi e la loro semina in vaso con terreno preventivamente sterilizzato con calore. Ho quindi soppressa questa pratica, che, indubbiamente aveva il pregio della sollecitudine ed anzi, come ho detto più sopra, scuoto accuratamente le spighe prima di esporle al sole. Approntato il polline, senza indugiare, affinché il polline stesso a contatto dell’aria non trasudi e s’impasti, vado subito ad impollinare; liberata la spiga dal tubo di carta pergamena, apro con le pinze le glume di ciascun fiore; coli pennellino, preso il polline dal vetro da orologio, ne spolvero le piumette di ciascuno stimma, e ad operazione compiuta torno a protegger la spiga racchiudendola, nuovamente entro il suo cartoccio. Prima di passare a preparare il polline di un’altra varietà, con lampada a spirito arrovento la rete dello staccino e lavo il pennellino ed il vetrino con alcool. Trascorsi un paio di. giorni. dalla impollinazione osservando i fiori è facile accorgersi, se l’attecchimento è riuscito o no. Infatti quando la fecondazione è riuscita lo stimma si avvizzisce subito e si va atrofizzando e, contemporaneamente, l’ovario va ingrossandosi crescendo maggiormente nel senso della lunghezza; al contrario ove l’attecchimento è fallito lo stimma persiste e l’ovarlo si allarga senza però crescere in altezza. […] Passati alcuni giorni dalla costatazione dell’avvenuta fecondazione, e propriamente quando sono sicuro che i pochi ovari non fecondatisi hanno perduta ogni possibilità di att’ecchimento per una successiva fortuita impollinazione, tolgo la spiga dal tubo di carta di pergamena e la racchiudo invece entro un sacchetto di garza a maglie larghe circa un millimetro o poco più, ove la lascio sino a maturazione compiuta, per prevenire i furti di. granella da parte di uccelli, formiche, ecc. Con il metodo esposto, nel 1904 ho ottenuto l’attecchimento di 1089 semi su 2720 fiori nel quali tentai la fecondazione artificiale, una riuscita del 40 per conto; nel 1905 su 3692 fiori ibridati ne riuscirono 2379, il 64 per cento; nel 1906 su 4195 ne attecchirono 3387, l’80 per cento. Nell’anno corrente il lavoro di fecondazione artificiale è stato da me alquanto rallentato ma, per compenso (e per scopi certamente non pratici), l’ho anche rivolto ad incroci fra diversi generi e specie di graminacee; togliendo questi ultimi casi e conteggiando le ibridazioni tra varietà e varietà di frumenti, i fiori attecchiti sono 369 contro 381 fecondazioni tentate, un attecchimento del 96.85 per cento.

Testi tratti dal libro
La scienza del grano. Nazareno Strampelli e la granicoltura italiana tra le due guerre
di Roberto Lorenzetti
Roma, Mibac-Dga, Studi e ricerche, 2000.